VIAREGGIO: IL PCL C’E’

 

 

Il Pcl di Marco Ferrando si presenta alle elezioni amministrative di Viareggio, candidando a Sindaco Domenico Marsili. Sono 23 i candidati al Consiglio Comunale del Partito Comunista Lavoratori che ne appoggiano la candidatura. “E il 23 – afferma Marsili – è un numero che porta fortuna”.

 

 

varie-letizia-078.jpgQuesti i nomi: Barsottelli Barbara operatrice sociale, Camilli Marco lavoratore stagionale, Carrabba Antonio lavoratore della scuola, Faini Simone operaio, Frediani Alessandro operaio Cantieri Viareggio, Da Prato Giuseppe fornaio, Dell’Amico Nicola operaio marmista, Di Lecce Ilaria studentessa, Lalli Ottaviano studente, Lasciarfari Maria pensionata, Marlia Simone ferroviere, Martorella Maria Luisa pensionata, Menchelli Niccolò operaio , Mazzoli Giuseppe idraulico caldaista, Pardini Matteo disoccupato, Pieraccini Andrea operaio Cantieri Viareggio, Pierotti Michele operaio Cantieri di Viareggio, Pinelli Valerio lavoratore comunale, Poggioni Giovanni postino, Rognoni Ruggero impiegato, Tomagnini Giovanni casellante autostrada, Vannucci Paolo pensionato, Viviani Manolo artigiano edile.La presentazione della lista è stata seguita dalla presentazione del programma elettorale locale e di quello nazionale:

 

ELEZIONE del SINDACO e del CONSIGLIO COMUNALE del Comune di VIAREGGIO

13 e 14 Aprile 2008

 

 

LOCALE: VIAREGGIO

 

Dopo venticinque anni di politiche neo-liberiste messe in campo dalle classi borghesi al potere, siamo di fronte ad una generalizzata regressione sociale, che causa un impoverimento diffuso delle famiglie, la marginalizzazione di strati crescenti della popolazione, la divaricazione della forbice fra poveri e ricchi.

Ovunque avanza un attacco radicale ai salari, alla stabilità del posto di lavoro, ai diritti sindacali, alle conquiste sociali delle generazioni precedenti, tanto che le condizioni sociali e di vita della popolazione conoscono un arretramento progressivo.

In un quadro dove i meccanismi di redistribuzione del reddito, lungi dal rappresentare oramai un meccanismo di equità sociale, affidati alle rapaci mani liberiste funzionano al contrario, trasferendo quote crescenti di ricchezza dalla classe operaia ai ceti più abbienti.

Non c’è da stupirsi se in questa situazione il 5% della popolazione detiene il 40% della ricchezza prodotta.

Le Istituzioni Locali, parte integrante del complesso di dominio borghese nelle società capitalista sono a tutti gli effetti il luogo di rappresentanza degli interessi forti, dominanti nella città e nel Paese, a cui vengono sottomessi in nome dell’Interesse Generale o di quello Aziendale gli interessi dei lavoratori e dei ceti popolari. Soprattutto ora, in un periodo nel quale liberalizzazioni e privatizzazioni hanno ridotto la funzione pubblica dell’Ente Locale a mera opzione aziendale, dove il rapporto non è più quello fra servizi e cittadini, ma quello fra prodotti ed utenti, pezzi di mercato fra i tanti altri offerti dalla competizione capitalistica.

E’ per queste ragioni, che dimostrano ancora una volta la barbarie di una società fondata sull’accumulazione ed il profitto, che la nostra forza politica non si pone come rappresentante di tutti, come ambasciatrice del bene comune, ma come portatrice di interessi di parte, quelli preminenti della classe operaia e dei ceti popolari.

 

1) IL LAVORO SUL TERRITORIO

Si deve porre fine a tutte quelle situazioni di precarietà, rischio ed illegalità legate al mondo del lavoro. Quindi il PCL si impegna a non dare nessun tipo di lavoro pubblico a ditte alle quali non siano riconosciuti tali parametri (presenza di precari, diritti dei lavoratori, piena interpretazione delle leggi sulla sicurezza ecc. ecc.).

Si impegna inoltre a non utilizzare il lavoro precario per quanto riguarda i propri dipendenti diretti.

Il Sindaco è il primo responsabile della salute pubblica e come tale deve immediatamente far cessare l’attività non solo nelle ditte dove si producono sostanze inquinanti, ma anche dove il rischio di malattie professionali è molto alto e dove non vengono seguite le normali misure di sicurezza.

Per quanto riguarda le due principali risorse economiche del Comune, la cantieristica ed il turismo, oltre quanto detto sopra, il PCL si impegna a promuovere una durissima battaglia contro il lavoro nero (e, quindi, contro l’evasione fiscale), sia nel comparto della cantieristica che nel comparto del turismo estivo dove centinaia di giovani studenti e studentesse vengono sfruttati/e.

Si impegna altresì a non dare le concessioni demaniali per tutti quei cantieri che non inglobano all’interno delle proprie dipendenze almeno il 75% della forza lavoro presente. Questo in vista del raggiungimento del vero obbiettivo: il contratto unico per i lavoratori della nautica e la fine dei sub appalti.

L’amministrazione comunale, inoltre, promuove e sostiene ogni tipo di espressione dei lavoratori e su di esso si fonda come cuore pulsante della città. Da piena solidarietà alle lotte e combatte la repressione e l’isolamento del lavoratore d’avanguardia. Collabora con le forze che rappresentano i lavoratori e dà, ai lavoratori stessi, la libertà di intervento in ogni consiglio comunale.

Infine, rivendichiamo la pubblicizzazione dell’area Ex – SEC (Polo Nautico) sotto controllo dei lavoratori.

 

 

2) ASSETTO del TERRITORIO

Decenni di speculazioni edilizie, di mancate programmazioni, di abusivismo, hanno ridotto il territorio italiano ad un deserto di asfalto e cemento. 8%, questa è la percentuale, compresi laghi, fiumi, montagne e quant’altro: un dato elevatissimo, superiore a tutti gli altri paese europei.

Il territorio del Comune di Viareggio non gli è da meno. Poteri forti, legati allo sconsiderato sviluppo turistico, alberghiero e di seconde case, all’incremento industriale e stradale, hanno già ampiamente compromesso un habitat che della macchia mediterranea costiera conserva ben poco. Se si vuole salvare almeno qualcosa di un patrimonio storico-ambientale di grande interesse paesaggistico e culturale, occorre andare senza indugi alla revisione del Piano Regolatore Generale in modo da stabilire in modo categorico il principio della “Crescita Zero”.

Basta crescita, di palazzi, di cappannoni, di strade. E’ ora di fermarsi, e di cercare di mettere riparo agli scempi già compiuti.

Ovviamente, questo non vuol dire che non si costruirà più, ma che non saranno ammesse ulteriori nuove espansioni, si potrà solamente ristrutturare, recuperare o riqualificare, sempre e comunque nell’ambito delle volumetrie esistenti. Anzi, ovunque sarà possibile, sarà imposta anche la diminuzione delle vecchie volumetrie in favore di parcheggi ed aree verdi, anche di bosco ed aree palustri quando possibile.

 

3) ABITAZIONE

Una corretta programmazione del territorio non può essere disgiunta da una seria politica abitativa in favore dei ceti meno abbienti e svantaggiati.

In Italia le case esistenti superano di molti milioni quello delle famiglie censite. Ce ne sarebbero d’avanzo per tutti, invece un mercato gonfiato dalla speculazione, complici governi ed istituzioni finanziarie, tiene artificiosamente alloggi sfitti e prezzi di vendita spropositati.

Viareggio non fa certo eccezione, considerando anche la pressione turistica estiva.

Inquilini e bisognosi di casa (in massima parte lavoratori dipendenti, pensionati ed immigrati) sono abbandonati a sé stessi, preda di famelici proprietari di case che pretendono canoni anche superiori ad uno stipendio per affittare i propri appartamenti. Od in balia dello strozzinaggio dei mutui praticati dalle banche, vere e proprie istituzioni a delinquere legalizzate.

Questa situazione è stata poi ancora più aggravata dalle dissennate politiche di dismissione del patrimonio abitativo pubblico e dal furto dei fondi GESCAL (prelievi coattivi dal salario operaio destinati alla costruzione di case che non sono mai sorte) attuate negli anni scorsi indifferentemente sia da governi di centro-destra che di centro-sinistra.

La soluzione del problema abitativo generale sta innanzitutto nell’aumentare in modo consistente l’offerta di alloggi popolari, almeno fino al 10% dell’offerta totale, così da calmierare i prezzi di un mercato immobiliare drogato da anni di svendita del patrimonio pubblico e di speculazioni della grande proprietà. I canoni di affitto, quindi, sarebbero slegati dal valore dell’immobile e farebbero riferimento solo al reddito del nucleo familiare, di cui, comunque, mai dovrebbero superare il 10%.

Questo porterebbe progressivamente anche all’abolizione dei contributi all’affitto, che, per come sono pensati oggi, non sono altro che un bel regalo di denaro pubblico ai pescecani proprietari di case.

E tutto da fare senza costruire a nuovo, che di palazzi ce ne sono fin troppi, ma attraverso acquisizioni e ristrutturazioni sparse sul territorio, così da non riproporre altri quartieri dormitorio, veri prodromi di banlieux sempre a rischio.

Nei casi di emergenza abitativa palese, bisogna prevedere anche di andare alla requisizione delle case sfitte, in modo particolare di quelle vuote da almeno cinque anni. Un vero e proprio atto politico concreto per sbloccare il mercato degli affitti. Non c’è che da applicare l’art. 42 della Costituzione Italiana, dove si assicura una funzione sociale alla proprietà privata, e tutte quelle leggi già esistenti che da esso derivano.

Ma ci faremo anche promotori di una legge nazionale che preveda l’obbligo di affitto delle case inutilizzate da più di un anno.

Oltre agli investimenti, occorre anche un’opera di controllo capillare del patrimonio abitativo: denunciare chi tiene gli alloggi sfitti ai soli fini speculativi, gli affittacamere abusivi, chi affitta in nero a turisti e studenti. Far venire alla luce la rendita parassitaria ed improduttiva è un compito primario. Ciò favorirebbe anche un notevole incremento di entrate nelle casse del Comune attualmente evase in maniera cospicua (addizionale IRPEF, ICI etc.).

Vogliamo andare all’estensione della zona pedonale centrale, ed alla istituzione di una zona a traffico limitato contigua. Assieme si prevedono tutta una serie di interventi atti ad aumentare la qualità della vita dei residenti. Ad esempio vogliamo istituire una tassa di scopo (o di ingresso e transito) che colpisca i mezzi più ingombranti ed inquinanti, come SUV, camper, autobus e simili e che dovrebbe riguardare anche i residenti, al fine di limitarne l’accesso in città; anche i mezzi per trasporto merci e consegne dovranno essere muniti di particolari contrassegni che ne certifichino il basso impatto inquinante, per arrivare in seguito a permettere l’ingresso solo a mezzi elettrici o a idrogeno; potenziare il trasporto pubblico investendo in automezzi non inquinanti a metano o a idrogeno, ed ampliando la fascia oraria di servizio, in modo particolare quella notturna, estendendola fino alla mezzanotte, calibrare le percorrenze con i reali bisogni della popolazione, in modo particolare per studenti e lavoratori (ad esempio, concentrare corse dalla Stazione Ferroviaria alle Darsene negli orari di entrata ed uscita degli operai); sviluppare la rete delle piste ciclabili, anche a discapito dei percorsi automobilistici, al fine di collegare i quartieri con il centro e la stazione, la stazione con i viali a mare.

 

 

4) TUTELA dell’AMBIENTE

Sul fronte energetico, occorre investire direttamente in tutti quegli impianti che come fonti rinnovabili e pulite diano il segno chiaro di una inversione di tendenza. Si tratta di progettare e costruire mini-centrali fotovoltaiche a basso impatto visivo da gestire in proprio sganciate dalle logiche di profitto aziendale, e di investire in pannelli solari e fotovoltaici di cui dotare tutti gli edifici pubblici, scuole e teatri compresi.

Sul fronte dei rifiuti è bene ricordare che l’80% del totale prodotto proviene da lavorazioni industriali ed artigianali, solo il 20% è spazzatura di città proveniente da civili abitazioni. Serve, quindi un censimento di tutte le lavorazioni e di tutti gli impianti (industriali, artigianali, commerciali, agricoli etc.) e di ognuno di essi vogliamo sapere quantità e natura del rifiuto prodotto, come viene smaltito, dove, quando e da chi.

Sul fronte dei rifiuti civili, vogliamo che tutto il ciclo, dalla raccolta allo smaltimento, venga riportato sotto il controllo pubblico.

Questo vuol dire espropriare senza indennizzo gli impianti di CDR, di trattamento reflui, di compostaggio e quant’altro, fino ai terreni delle discariche. E’ questo il solo modo per contrastare gli appetiti dei padroni e della malavita organizzata.

Vuol dire liquidare tutte quelle società più o meno per azioni, vero coacervo di parassitismo di presidenti, consigli di amministrazione e sindaci revisori, in cui si è trasformato l’Ente Pubblico Comunale di Viareggio: da soggetto pubblico erogatore di servizi pubblici, quindi sganciati dalla logica mercantile, ad azienda produttrice di servizi per utenti gestita con logica aziendale.

L’amministrazione deve gestire in proprio anche tutta la fase della raccolta, sia del rifiuto sfuso che di quello differenziato, così da impedire che parti nobili quali carta e legno vengono dirottate agli inceneritori per favorire la combustione così detta pulita. Occorre investire perché le percentuali stabilite dalla legge (fino ad arrivare al 65%) vengano raggiunte in tempi brevi.

Ma bisogna soprattutto investire perché di rifiuti se ne facciano meno ed in maniera considerevole. Basta pensare alla mole impressionante di contenitori di plastica che si potrebbero eliminare se si impiantassero distributori di acqua, latte, detersivo e via dicendo.

Con la realizzazione di questi obiettivi, le discariche diventerebbero solamente residuali e gli inceneritori del tutto inutili. Non è un caso se in Germania, dove la cultura del recupero e del riciclo è anni luce avanti la nostra, accettino di buon grado la monnezza napoletana. Senza quella dovrebbero chiudere molti impianti.

Risulta evidente, quindi, come questi impianti di incenerimento siano solo un buon specchietto acchiappagrulli: favoriscono la produzione di spazzatura invece di eliminarla, bruciano quote consistenti di raccolta differenziata, riversano nell’aria anidride carbonica, polveri sottili ed anche diossina quando funzionano male, succhiano risorse pubbliche a non finire (grazie alla loro onnipresente gestione privata).

La lotta per la chiusura e la demolizione degli inceneritori è quindi prioritaria.

Come deve esserla quella contro l’elettrosmog, cioè contro la proliferazione abnorme delle antenne ripetitori satellitari e di quelli per le comunicazioni telefoniche. Non si tratta di andare contro i progressi della tecnica, ma di salvaguardare il bene della salute pubblica contro gli appetiti delle multinazionali. Intanto le antenne devono essere posizionate lontano da tutti i luoghi pubblici, scuole, comunità etc. ma devono essere anche uniche, tutti i gestori devono far capo ad una unica antenna che deve servire per tutti, così da ridurre potenza ed impatto ambientale visivo.

 

 

5) SERVIZI SOCIALI

Nella cronica carenza di servizi spicca ancor più l’assenza di attenzione alle fasce più deboli della popolazione, i bambini e gli anziani.

Vogliamo un piano di investimenti cospicuo negli asili nido e nelle scuole materne, costruendone di nuove ed ampliandone gli orari di apertura sia giornaliera che annuale. Non servono a niente se gli orari di apertura differiscono da quelli di lavoro dei genitori.

Ed investire in sicurezza, mettendo a norma, anche antincendio, tutti i plessi scolastici. Occorre anche investire in offerta formativa surrogando l’insegnamento lì dove non arriva quello che può dare lo Stato.

Tutto questo solo chiudendo qualsiasi forma di finanziamento, anche occulto, alle scuole private e confessionali e dirottandolo su quelle pubbliche.

Per la fascia anziana della popolazione, bisogna creare centri di aggregazione, che siano sia di svago che di lavoro come gli orti comuni, e bisogna incrementare i servizi, che vadano dall’assistenza domiciliare, ai trasporti, alle piccole esigenze quotidiane.

Occorre anche prevedere Centri di Prima Accoglienza e di Reinserimento in modo da fare fronte alle varie condizioni di disagio presenti, da quelle dei migranti in cerca di una sistemazione, a quella dei senzatetto o dei nuovi poveri costretti a rifugiarsi sulle panchine o nelle stazioni, alle situazioni di disadattamento sociale. Occorre sviluppare progetti di inclusione sociale, rivolti a nomadi, profughi e quant’altro, per i quali giacciono da tempo fondi comunitari inutilizzati.

 

 

6) ORGANIZZAZIONE COMUNALE

I lavori e le forniture della macchina comunale devono essere sempre concesse in appalto tramite gara aperta anche per importi modesti, al fine di eliminare il più possibile il ricorso alla trattativa privata.

Ogni appalto deve essere controllato direttamente dall’amministrazione, fin dal momento della stesura del bando: deve essere sempre chiarito che il ricorso al subappalto (se non per specifiche esigenze documentabili, e per somme limitate) è vietato in qualsiasi sua forma, che i lavoratori interessati ai lavori devono essere sempre regolarmente assunti dall’azienda vincitrice dell’appalto e che deve essere sempre applicato il contratto nazionale di categoria. Ogni lavoratore, al fine della sua immediata identificazione, deve presentarsi sul luogo del lavoro appaltato dall’amministrazione con cartellino e fotografia ben in vista.

Al fine di riportare le competenze all’interno dell’organigramma comunale, e di limitare spese ingiuste e favoritismi, è necessario chiudere tutti i contratti di collaborazione esterna, di consulenza esterna, di staff del sindaco e similari.

Deve essere anche vietato il ricorso ad assunzioni tramite agenzie interinali, e le assunzioni a tempo determinato devono essere limitate ai solo periodi strettamente necessari all’adempimento di servizi straordinari. Mai devono essere usati per coprire la normale effettuazione dei servizi.

Ogni partecipazione dell’Amministrazione a Consorzi ed Unioni varie deve essere subordinata al reale bisogno di offrire servizi in maniera più efficiente ed adeguata, e comunque il tutto deve essere sempre riportato ad una volontà decisionale pubblica, dove il privato non abbia voce in capitolo. E’ stato già ampiamente dimostrato che il ricorso ai privati, per mezzo di liberalizzazioni e/o esternalizzazioni non produce altro che un peggioramento della qualità dei servizi ed un aumento del loro costo che viene puntualmente scaricato tramite aggravi di tasse e balzelli sulla cittadinanza.

La partecipazione e la costituzione di società per azioni o a responsabilità limitata da parte dell’amministrazione comunale deve essere specificatamente vietata: il Comune è un Ente Pubblico, non un’azienda privata a caccia di profitti.

 

Nessuna questione locale può collocarsi fuori da un contesto, almeno nazionale, nessun programma politico locale può prescindere da un progetto, come minimo nazionale.

Per la migliore comprensione della nostra proposta, facciamo seguire il programma nazionale del PCL per le elezioni di Camera e Senato .

 

NAZIONALE

L’annuncio di una nuova era di pace e di progresso dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) è stato smentito dai 20 anni successivi.

Le contraddizioni mondiali si estendono, contro tutte le promesse di un “nuovo ordine internazionale” e la stessa “globalizzazione” non si è affatto tradotta in un miglioramento della condizione dell’umanità. Al contrario.

Le condizioni sociali e di vita della maggioranza della popolazione mondiale conoscono un arretramento progressivo a tutte le latitudini del globo: sotto la spinta di una nuova e più ampia competizione internazionale che proprio il crollo dell’URSS ha liberato e che l’emergere della Cina sul mercato mondiale alimenta ogni giorno.

Avanza ovunque un attacco radicale ai salari, alla stabilità del posto di lavoro, ai diritti sindacali, alle conquiste sociali delle generazioni precedenti.

Tornano le guerre imperialiste e le corse coloniali per il controllo di zone d’influenza, materie prime, manodopera a basso costo, col loro carico di devastazioni e di orrori.

Si affacciano enormi flussi migratori, quali fughe di massa dalla fame e dalla morte, pretesto di nuove campagne razziste e xenofobe. Si aggrava la catastrofe ambientale e gli squilibri ecologici su scala planetaria.

 

Il modo di produzione capitalista ha dunque celebrato la sua “vittoria” nel momento stesso in cui non ha più nulla di progressivo da offrire alle giovani generazioni. Peraltro tutte le domande e rivendicazioni di progresso – sociali, nazionali, ambientali, di genere – che salgono dalle classi subalterne, cozzano come non mai con le regole del gioco del capitalismo mondiale e i loro riflessi nei diversi paesi e continenti.
Tanto più nell’attuale epoca storica, ogni illusione di riforma socialmente progressiva è priva di qualsiasi fondamento materiale. Non c’è un solo governo oggi al mondo che promuova riforme sociali progressive di una qualche rilevanza. Ovunque i governi – siano di centrodestra, di centrosinistra o della socialdemocrazia – gestiscono le medesime politiche di austerità sociale e di “sacrifici”. Le sinistre che entrano in questi governi o che li appoggiano – quando anche si definiscono abusivamente “comuniste” – si fanno complici di quelle politiche contro i lavoratori, i giovani, i popoli oppressi: dal Brasile all’India, dal Sudafrica all’Italia.


La verità è che non c’è via d’uscita “progressiva” per l’umanità dentro il modo di produzione capitalista.
Solo una prospettiva socialista su scala internazionale può liberare il mondo dalla regressione storica che l’attraversa.

L’ATTUALITA’ DELL’ALTERNATIVA SOCIALISTA

Le potenzialità di progresso sociale contenute negli sviluppi della tecnica e della scienza, si convertono, entro il quadro capitalistico, in nuovi fattori di oppressione e disuguaglianza.
L’incremento della produttività del lavoro incorporato alla tecnica consentirebbe una riduzione progressiva dell’orario di lavoro e una distribuzione tra tutti del lavoro che c’è: e invece si combina con un aumento del tempo di lavoro giornaliero e di vita (età pensionabile), della disoccupazione, dello sfruttamento.

randi risorse del sapere scientifico e della ricerca potrebbero essere impiegate nella salvaguardia dell’ambiente e nella lotta contro il cancro e l’AIDS: e invece sono investite nella spesa per armamenti, che ammonta globalmente a un milione di miliardi e costituisce il principale campo d’applicazione dell’elettronica e dell’informatica.
Le potenzialità della produzione alimentare consentirebbero di sfamare la popolazione mondiale per un totale di 12 volte la sua attuale entità: e invece aumenta massicciamente la fame nel mondo secondo gli stessi dati ufficiali dell’ONU, sullo sfondo della desertificazione di intere parti della terra.

 

La crisi finanziaria dei mutui americani chiarisce una volta di più la natura antisociale del capitalismo: con i pescecani della grande finanza che speculano sull’indebitamento delle famiglie truffando milioni di risparmiatori; e le banche centrali (FED e BCE) che spendono enormi ricchezze, destinabili a ben altri scopi, a sostegno dei banchieri speculatori, per evitare che crolli il loro castello di truffe.

Proprio nell’attuale epoca storica si manifesta dunque al massimo grado tutta l’irrazionalità dell’attuale ordine del mondo. Tutta la moderna barbarie di un’economia fondata sul profitto che concentra nelle mani di 750 multinazionali, dei loro giochi di borsa, delle loro contese, le leve della ricchezza e delle sue destinazioni d’uso. E che affida a un pugno di grandi potenze, in concorrenza tra loro, a partire dagli USA, il controllo del pianeta.

Solo con l’esproprio della borghesia, riconducendo le leve dell’economia e della scienza sotto il controllo pubblico del mondo del lavoro e della maggioranza della società, è possibile riorganizzare su basi razionali la società del mondo: restituendo alla specie umana il potere di decidere del proprio futuro.

 

UN PROGRAMMA SOCIALISTA PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI

Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile (anni 80 e primi anni 90); poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica (92-96); poi sulla precarizzazione dilagante del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto:

ogni arretramento ha preparato la strada agli arretramenti successivi. Ogni sconfitta ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale: in cui i figli si vedono privati delle conquiste dei loro padri.

Noi diciamo: ora basta. Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Proponiamo quindi di partire dalle esigenze e dalle domande dei lavoratori. Quelle sacrificate da vent’anni.

 

Un forte aumento di salari e stipendi per l’insieme dei lavoratori dipendenti: perché con 1000 euro (quando va bene) non si raggiunge la fine del mese.

L’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu alla legge Maroni, a partire dall’assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori oggi precari: per porre fine alla ricattabilità sociale di milioni di giovani, all’insicurezza cronica del lavoro e della vita di un’intera generazione.

 

L’abrogazione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 15 anni, a favore del ritorno della previdenza pubblica a ripartizione: consentendo a milioni di giovani di godere un domani di una pensione decente, vincolata all’ultimo stipendio e sottratta al ricatto dei fondi pensione.

 

Un vero salario garantito per i disoccupati in cerca di lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione: per consentire loro di sottrarsi alla marginalità sociale, al ricatto del precariato, alle mani della criminalità organizzata.

 

Un massiccio investimento di risorse sotto controllo popolare, nella scuola pubblica, nella sanità pubblica, nei trasporti, nell’edilizia popolare, nel risanamento ambientale…: restituendo innanzitutto ai servizi sociali e alla qualità della vita tutto ciò che le politiche dominanti hanno loro sottratto per vent’anni a esclusivo vantaggio delle rendite e dei profitti.

A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono immense. Basta prenderle là dove sono.
Dalle decine di miliardi che le Finanziarie regalano alle grandi imprese private con gli ordinari trasferimenti pubblici (44 miliardi tra il 2000 e il 2006).
Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari (41 miliardi di profitti nel solo 2005 da parte delle prime venti aziende).

Dai giganteschi utili realizzati dalle banche sia con attività di ordinario strozzinaggio (mutui) sia con l’espansione del proprio controllo sul grosso dell’economia nazionale (crescita del 50% dei profitti nel solo 2006).

Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie italiane (800 miliardi di euro tra i possessori di patrimoni superiori ai 500.000.000 di euro).
Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello Stato (cresciuti del 13% con la finanziaria 2006) e destinati a costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria militare.

Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del grande capitale o della Chiesa: una Chiesa che grazie alla scandalosa esenzione di IVA ed ICI ed ai mille benefici di cui gode, sottrae all’ erario pubblico 6 miliardi l’ anno.

Una programma di governo non può limitarsi alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiama in causa il tema stesso della proprietà.

Il fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi, telecomunicazioni, stampa) non suscita alcuno scandalo. Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto del tutto normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 15 anni hanno sostenuto o avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a dismisura proprietà e ricchezze del capitale finanziario, a vantaggio di poche grandi famiglie (vecchie e nuove) e a scapito di lavoratori, consumatori, piccoli risparmiatori, oltreché della moralità pubblica e dell’ambiente.

Noi vogliamo ribaltare questa politica. Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari.

 

La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo (se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende, i settori, i servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non si recuperano al controllo pubblico e all’interesse pubblico beni fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua.

 

L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto – come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche e laiche.

La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano. Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le 4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’ possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi.

La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso il nodo scorsoio di mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare, sarebbe non solo un fattore di eliminazione di irrazionalità e sprechi: ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio per un’ampia parte della società. E un colpo severo a

mafia e camorra.


A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono “incompatibili” con le leggi economiche dell’attuale società e dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero. Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa.
Solo un’economia europea democraticamente pianificata, basata sul controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi.

Solo un’economia democraticamente pianificata, può affrontare in Italia la moderna questione meridionale, impiegare e valorizzare tutte le capacità di lavoro sull’intero territorio nazionale, riconvertire l’industria bellica o inquinante con piene garanzie occupazionali per i lavoratori, ampliare e qualificare la spesa sociale in direzione di case, scuole, università, ospedali, ricerca, programmare un ampio sviluppo dei servizi per l’infanzia, promuovere il riassetto idrogeologico del territorio. E una battaglia per l’alternativa anticapitalistica in Italia è parte della lotta per un’Europa socialista, oltreché un contributo importante in questa direzione.

Infine il nostro programma di governo non sarà mai realizzato nell’attuale quadro istituzionale. Richiede una trasformazione costituzionale per un altro governo e un altro Stato.

Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici. Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti e gli spazi democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali (dei singoli e delle organizzazioni), la difesa dei diritti e delle libertà delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica. Ma non ci limitiamo a questo.
Non ci limitiamo a difendere diritti e spazi di tutti gli oppressi dentro l’attuale democrazia. Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori, delle lavoratrici, della maggioranza della società: l’unica peraltro che può realizzare sino in fondo le stesse aspirazioni democratiche. Rivendichiamo in fondo la democrazia reale: quella in cui la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la governerà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del proprio futuro.

Per questo rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi e delle larghe masse popolari, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra diverse proposte, candidature, organizzazioni , partiti, sulla base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi elettori e privo di qualsiasi privilegio sociale, economico, giuridico rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori stessi e sono posti sotto il loro controllo.

 

A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta progressiva, reale, straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, trasparenza, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto, e spesso reazionario.


“Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo (quanto costa il Senato?).

Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della grande criminalità organizzata.

Moralità e trasparenza dello Stato”?

Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile. E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare.

La politica è oggi un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva e libera del bene comune.

 

Quindi in sintesi proponiamo 6 punti da cui partire per trasformare il nostro paese:
1)
la retribuzione di un deputato sia uguale al salario medio di un lavoratore e l’abolizione del Senato;

2) Contro la barbarie degli omicidi bianchi nei posti di lavoro, l’inasprimento delle pene per i padroni responsabili dell’insicurezza, l’esproprio senza indennizzo per le imprese e sotto controllo operaio;

3) Contro l’usura dei mutui contratti da milioni di lavoratori, la nazionalizzazione senza indennizzo delle banche (ovviamente senza toccare un euro al piccolo risparmio); la creazione di un’unica banca pubblica sotto il controllo popolare, come mezzo di sostegno a lavoratori e artigiani, piccoli commercianti, oggi torchiati e truffati dalle banche;

4) Per il ritiro immediato delle truppe italiane da tutti i teatri di guerra e comunque da tutti i paesi esteri in cui sono attualmente; la nazionalizzazione senza indennizzo dell’industria bellica; il riconoscimento del diritto alla resistenza di tutti i popoli oppressi e l’abolizione dei servizi e della diplomazia segreti;

5) Contro l’offensiva oscurantista reazionaria del Vaticano contro la scienza e le donne, il rafforzamento del diritto all’autodeterminazione delle donne; l’abolizione dei fondi pubblici alle scuole e università confessionali, la tassazione progressiva del patrimonio ecclesiastico (oggi esente da IVA e ICI), l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari della gerarchia vaticana da destinare ad uso sociale;
6)
la massima libertà per la ricerca scientifica perché solo la scienza ha favorito il benessere dell’umanità migliorando le tecniche e aumentando il controllo della natura; ma per migliorare la scienza e la tecnica è necessario liberarle anche dalle pressioni del mercato, eliminando i brevetti e l’utilizzo privato delle scoperte scientifiche.

 

A CURA DELLA SEZIONE LUCCA-VERSILIA

 

 


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