I giudici della Corte di Appello di Firenze hanno confermato in pieno la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Lucca: quattro anni di carcere per i reati di sequestro di persona e di violenza sessuale, il risarcimento dei danni morali e materiali da stabilirsi in sede civile ed una provvisionale di diecimila euro in favore della parte offesa. Il processo di primo grado, che aveva visto sul banco degli imputati un uomo di quarant’anni residente a Pietrasanta, si era svolto con il rito abbreviato. I fatti di cui a processo penale risalgono ai primi giorni di gennaio dello scorso anno, quando una donna, sulla trentina, si era presentata quasi nuda, e con numerosi lividi sia al collo che ad entrambe le mani, negli uffici di un concessionario di auto nella zona di Montramito, nel comune di Massarosa, chiedendo soccorso. “Hanno cercato di violentarmi”, aveva detto piangendo e in totale stato di chock appena entrata. Sul posto, chiamata dai titolari della concessionaria, era subito arrivata la Polizia e le volanti avevano iniziato la caccia all’uomo, visto che la donna era comunque riuscita a fornire l’identikit del suo aggressore, descrivendo agli agenti la persona responsabile del misfatto. Furono sufficienti poche ore, e qualche accertamento, e i poliziotti riuscirono a rintracciare il presunto violentatore, a identificarlo e a contestargli il reato di aggressione a scopo sessuale, nonostante l’uomo avesse negato ogni addebito, quasi cadendo dal settimo cielo e mostrandosi stupito. Accompagnata da un’ ambulanza al Pronto Soccorso del “Versilia, e refertata, la giovane aveva poi presentato regolare denuncia, raccontando di aver conosciuto l’uomo tempo addietro mentre si trovava a fare shopping in un negozio ma di non averlo mai più rivisto. Il raptus era nato per caso, quando lui l’aveva vista a bordo della sua autovettura, era entrato di forza aprendole uno sportello e costringendola a farsi accompagnare a casa, spogliandola e palpeggiandola per tutto il tragitto, fino a quando la donna non era riuscita ad accostare, scendere dalla macchina e scappare per chiedere aiuto. Durante le indagini preliminari il pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Enrico Corucci, aveva addirittura chiesto la misura cautelare in carcere.