“SONO MORTE, BRUCIATE E LE CENERI BUTTATE VIA”, FRANCESCO TUREDDI RACCONTA LA SUA VERITA’ AI CARABINIERI: “ADESSO MI SONO TOLTO QUEL PESO DALLA COSCIENZA”

Morte e bruciate. Sarebbe questo il tragico epilogo della scomparsa da Torre del Lago di Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro.

“Non sono un assassino, tutti lo devono sapere. A Viareggio come in tutta Italia. Pagherò il mio debito con la giustizia per la falsa testimonianza rilasciata quando ho dichiarato di aver visto le due donne salire su una Mercedes nera targata Milano, guidata da un uomo scuro di pelle, ma non ho ucciso Velia e Maddalena e nemmeno ne ho occultato i corpi”. Francesco Tureddi, indagato per favoreggiamento, l’anello debole del giallo che da sei mesi tiene impegnati gli inquirenti, è crollato: “mi sono liberato la coscienza – afferma -, avevo un peso sullo stomaco che non mi faceva più dormire. Tutte le notti uscivo dalla pensione dove vivo e mi mettevo a camminare come un’anima in pena per le strade di Lido di Camaiore. Una cosa è l’amicizia, conosco Massimo Remorini da una vita, e mi dispiace per la sua famiglia, soprattutto per la figlia che è incinta, ma questo per me è troppo”. E “Cecchino” riferisce di aver messo nero su bianco dai carabinieri la sua dichiarazione. Raccontando tutto quello che ha visto. “Ad agosto, arrivando al campo, ho trovato Massimo Remorini che stava bruciando non so cosa in un bidone – ricorda -, e gli ho chiesto cosa stesse facendo”. Lui, lo “zio”, gli avrebbe risposto che dentro a quel grosso fusto stava dando fuoco al corpo di Velia. Ma Cecchino non gli crede: “Ho pensato che mi stesse prendendo in giro, e me ne sono andato”. Ma il mese dopo, poco dopo la metà di settembre, entrato nel terreno per prendere degli attrezzi vede quel bidone, ricorda la frase dell’amico e incuriosito ci guarda dentro: “ ho visto una cosa terribile, mai vista in vita mia, una scena da film macabro”. La nonna, come Tureddi ha sempre chiamato l’anziana madre di Velia Carmazzi, era chiusa dentro, pigiata e ripiegata in due, mezza bruciata. “Sulla parte destra del cranio aveva anche una grossa ferita, si vedeva il cervello – precisa “Cecchino”-, come se le avessero dato una botta in testa con una vanga”. Tureddi spaventato chiama Remorini, e gli chiede “cosa hai fatto?”, poi scappa. E tace. Non solo, copre l’amico, creandogli un alibi, affermando di aver visto madre e figlia andarsene con un uomo. “Mi ha minacciato, se avessi raccontato la verità ma a questo punto non potevo più nasconderla”. E la sua voglia di parlare è racchiusa nelle due telefonate al 112 e al 113 fatte il 10 gennaio a distanza di pochi minuti quando, senza trovarli, chiede di parlare con il maggiore Andrea Pasquali e poi con il dirigente del Commissariato di Polizia Leopoldo Laricchia. “Telefono per le due donne scomparse – aveva detto all’operatore – ho una lametta in mano e voglio farla finita”. Cosa avesse voluto raccontare a carabinieri e polizia lo ha detto lunedi, dopo la notifica dell’avviso di garanzia e la perquisizione nella camera della pensione Mirafiori, dove vive, a al campo di Piano di Mommio dove si trovano accatastati gli infissi delle case delle due donne, e i mobili e l’argenteria di Raffaella Villa. In mano agli inquirenti, come si legge nell’ordinanza del Gip, c’è sia l’intercettazione della telefonata tra lui e Maria Casentini che quella della telefonata tra la badante e lo “zio”. “ Lo sai che il Cecchino le bugie non le sa dire, è sempre sincero. Io non ne ho più voglia, a questo punto. In quel discorso lì io non ho carattere, magari in altre cose sono forte, ma in queste cose qui…”. E Francesco Tureddi non ha avuto più voglia di tacere. “Sono stato un ladro, e un rapinatore, e ho pagato per questo – aggiunge -, ma non ho mai ucciso nessuno”. L’accusa nei confronti di Remorini è di averle fatte fuori: “so che le due donne lo volevano denunciare, e Maria Casentini le imbottiva di Novalgina”. Avvelenate con i medicinali? Uccise volontariamente? “Non posso aggiungere altro, sanno tutto gli inquirenti – dice -, ho messo a verbale tutto. Anche che le ceneri sono state messe in due sacchi della spazzatura e buttati via”. Quel bidone dove Velia e Maddalena sarebbero state bruciate, a quanto riferito da “Cecchino”, è stato avvolto in un coprimaterasso, caricato sul Berlingo e gettato in un cassonetto vicino al Pollino, a Pietrasanta, pochi giorni prima che i carabinieri del Ris iniziassero a scavare nel campo degli orrori. “Ce l’ho portato io – confessa -, ma è l’unica cosa che ho fatto”. I carabinieri stanno ovviamente cercando riscontri alle informazioni dell’indagato, anche sequestrando un cassonetto per la raccolta dei rifiuti vicino all’inceneritore del Pollino.

All’interrogatorio di garanzia davanti al Gip Marcella Spadaricci sia lo “zio” Massimo Remorini, difeso dall’avvocato Giorgio Paolini, che la badante Maria Casentini, assistita dall’avvocatessa Rita Donetti dello studio legale Ciniglio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Remorini resta in carcere e la Casentini agli arresti domiciliari.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

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Published in: on febbraio 24, 2011 at 2:00 pm  Lascia un commento  
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