SCADUTI I TERMINI, REMORINI SCARCERATO: FINE DEI SEI MESI DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE, IL GIP NON CONCEDE UNA PROROGA E L’UOMO PUO’ RIABBRACCIARE LA FAMIGLIA

Libero. Massimo Remorini, in carcere a San Giorgio dal 21 febbraio scorso a seguito della scomparsa dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago di Velia Claudia Carmazzi e di sua madre Maddalena Semeraro, è stato scarcerato ieri mattina. Uscito per decorrenza dei termini, sei mesi, nonostante la Procura avesse chiesto la proroga della misura cautelare. E’ stato il Gip Marcella Spada Ricci a firmare l’ordinanza per l’immediata liberazione. Accusato, dopo le dichiarazioni del figlio e nipote delle due donne David Paolini, di circonvenzione di incapace, appropriazione indebita, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia, soppressione e distruzione di cadavere, ed essendo ancora in corso le indagini, il Gip ha disposto per l’indagato l’obbligo di firma e il divieto di recarsi all’estero. Ma Remorini è comunque a casa sua, a Viareggio. Sono state le figlie Monica e Silvia e la moglie Donatella ad andarlo a prendere a Lucca.

Camicia e jeans, dimagrito, e provato dai sei mesi di cella, è sceso dall’auto e ha abbracciato i nipotini. Un’emozione forte. Gli occhi lucidi, qualche lacrima. Pallido e debole, prima di entrare nel portone e salire nel suo appartamento, si è seduto nel giardinetto davanti al palazzo e ha fumato una sigaretta, in libertà. Quella che per sei mesi non ha avuto. Sei mesi di silenzio, questa la scelta difensiva, con la voglia, ora, di parlare. “Nessuna intervista, ancora è presto”, si raccomandano però i suoi legali Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno.“Nostro padre è innocente”. Sono le figlie a parlare per lui. Lo hanno scritto per mesi su Face Book e ieri mattina lo hanno ripetuto a voce: “non è il mostro del campo degli orrori, sono accuse senza prove fatte da chi entra ed esce dal reparto psichiatrico del “Versilia” e da chi, fino ad oggi, non è mai stato indagato. Il tempo darà ragione al tempo, e siamo certe che la verità verrà fuori”. La Procura di Lucca aveva fatto istanza di proroga della misura cautelare per Massimo Remorini, respinta ieri dal giudice per le indagini preliminari. Le motivazioni addotte dall’accusa erano state sostanzialmente tre: l’esigenza di procedere all’esame di Francesco Tureddi, coindagato nell’inchiesta, alle luce delle dichiarazioni che lo stesso rese alla polizia giudiziaria il giorno dell’arresto dello “zio” e poi al Pm – ossia che le due donne sarebbero state uccise e poi bruciate in un bidone dell’olio che poi “Cecchino” avrebbe gettato via in un cassonetto, mentre lo “zio”, assieme alla badante Maria Casentini, avrebbe fatto sparire i resti delle donne in dei sacchetti neri smaltiti non si sa dove -, i “timori” espressi più volte dal Tureddi che potevano essere aggravati dalla rimessione in libertà di Remorini, e gli accertamenti ancora da eseguirsi su un grembiule e un asciugamano sequestrati a marzo, e sulle delle macchie di sangue rilevate al campo a dicembre dai Ris. Salvo disguidi – scrive il Gip nella sua ordinanza di scarcerazione di Remorini – al suo ufficio non sarebbe pervenuta alcuna richiesta di incidente probatorio di Francesco Tureddi. Inoltre, a prescindere che lo stesso è coindagato e ha già reso dichiarazioni non sempre compatibili tra loro e credibili, i “timori” manifestati da “Cecchino”, secondo la dottoressa Spada Ricci, sono generici e non legittimano la richiesta di proroga di carcerazione. Quanto agli oggetti sequestrati sui quali fare gli accertamenti nessun pericolo di inquinamento delle prove. La Procura si era appellata al disposto dell’articolo 305 del codice di procedura penale (“il pubblico ministero può chiedere la proroga dei termini di custodia cautelare che siano prossimi a scadere, quando sussistono gravi esigenze cautelari che, in rapporto ad accertamenti particolarmente complessi, o a nuove indagini disposte ai sensi dell’articolo 415-bis, comma 4, rendano indispensabile il protrarsi della custodia”) ma il Gip l’ha respinta, accogliendo le tesi della memoria difensiva depositata dagli avvocati di Massimo Remorini, non ravvedendo il nesso tra accertamenti complessi e gravi esigenze di custodia, e scarcerando lo “zio”. Vicini alla chiusura delle indagini? “Questo non lo sappiamo – risponde l’avvocato Paolini -, ma l’innocenza del nostro assistito la proveremo al processo. Del resto l’accusa di omicidio volontario nei confronti del nostro assistito è stata respinta ben tre volte, due dal Gip e una dal Tribunale del Riesame di Firenze”.”Nelle indagini – aggiunge la difesa -, che devono essere fatte a 360 gradi, non si può non tenere conto di quanto emerso dagli incidenti probatori chiesti da noi con il figlio e nipote delle due donne David Paolini, fino ad ora considerato parte offesa, e con Francesco Marchetti, il marito di Velia”. Le due donne sono scomparse un anno fa. Ma prove oggettive della loro morte non ci sono. Anche gli accertamenti dei reparti speciali dell’Arma sul cassonetto dove a detta di “Cecchino” sarebbe stato gettato il bidone dove le due donne sarebbero state bruciate non hanno dato riscontri tali da determinare la soluzione del giallo o accertare responsabilità specifiche di Remorini. Nella vicenda che tiene banco ormai da un anno sono iscritti nel Registro degli Indagati, a vario titolo, anche la badante Maria Casentini, Francesco Tureddi e l’avvocato Giunio Massa.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

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