MIRANDA MINACCIA IL SUICIDIO

Sto male, sono disperata, non ce la faccio più. Sono arrivata al limite. Voglio togliermi la vita”. La lettera, disperata, inviata via fax allo studio del suo legale, l’avvocatessa Cristiana Francesconi, è di Adriana Miranda Pereira, la transessuale brasiliana che il 26 febbraio del 2008 uccise con una coltellata il marito Sandro Grazzi, nella villetta a Lido di Camaiore in via Italica dove abitavano assieme. Dopo una condanna in primo grado, con rito abbreviato, a 16 anni per omicidio volontario, la derubricazione in omicidio preterintenzionale in Corte d’Appello che gli ridusse la pena a 12 anni, la Corte di Cassazione ha di recente confermato quanto sentenziato dai giudici fiorentini. Nonostante che il legale abbia portato avanti la sua tesi difensiva secondo la quale Miranda Pereira non avrebbe voluto uccidere il marito, ma lo avrebbe ferito accidentalmente durante un litigio in cui l’uomo l’avrebbe picchiata e minacciata. Cercando di dimostrare fino in fondo la legittima difesa con l’eccesso colposo. Rinchiusa inizialmente nel carcere di Livorno, dove è rimasta a lungo, poi a Sollicciano, Miranda si trova ora, da circa un anno, nel penitenziario di Verona. “Ho bisogno di assistenza – scrive la trans alla sua avvocatessa riferendosi alle cure ormonali -, perdo i capelli, e questo carcere non mi passa i medicinali. Solo farmaci per dormire e sono come un vegetale, sdraiata sul letto ogni giorno. Non ho nessuno che mi aiuti, non ho soldi, qui non si può nemmeno lavorare, ho perso tutto: la mia casa, e la mia libertà. E non ho più forza per combattere, e lottare”. Quello che chiede Miranda è di essere trasferita, in un carcere vicino a chi, l’avvocatessa Cristiana Francesconi, le è stata vicino da sempre: “mi fido di lei, la prego, mi aiuti”. L’arresto avvenne a meno di 48 ore dalla morte di Sandro Grazzi, e ad incastrarla fu una telefonata in Brasile alla madre in cui la trans avrebbe ammesso di aver ucciso il proprio consorte. L’uomo, che era stato trovato ancora vivo dentro la sua automobile sulla via Italica con una ferita profonda al petto, era poi deceduto una volta arrivato all’ospedale “Versilia”. Dai risultati dell’autopsia era emerso che a provocare la ferita mortale era stata una lunga lama che gli aveva sfondato la cassa toracica raggiungendo il cuore e provocandogli una emorragia fatale al miocardio. Le indagini, coordinate dall’allora Pm Fiorenza Marrara, avevano portato da subito a sospettare della moglie, che nella stessa mattina era stata interrogata come persona informata sui fatti al Commissariato di Polizia di Viareggio, riferendo ai poliziotti che il marito si era ferito durante un incidente domestico. Ma dell’arma non si era trovata traccia. La svolta nelle indagini da parte della Polizia avvenne con le intercettazioni. Adriana Miranda Pereira, come sostenuto dalla difesa in tutte le tre fasi del processo, era arrivata in Italia solo diciassettenne e aveva conosciuto Sandro Grazzi: “una vita fatta di soprusi e prostituzione, e proprio con i proventi del suo meretricio il marito italiano – secondo il legale – si sarebbe fatto mantenere”. Il racconto di una vita coniugale fatto di amore e di litigi, sfociato in un atto di difesa dalle tante sottomissioni e violenze subite, non ha però mai convinto i giudici che hanno condannato la donna. Anche in Cassazione.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia) 

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