FOTO HARD ON LINE, ASSOLTO L’EX

Assolto: per non aver commesso il fatto, relativamente alla diffamazione aggravata attraverso internet e la violazione della privacy, e perchè il fatto non sussiste relativamente alla interferenza illecita della vita privata. Si è concluso ieri mattina al tribunale di Viareggio con un sentenza di assoluzione con formula piena il processo a R.M., il giovane lucchese che era stato accusato dalla ex fidanzata di aver messo in rete foto porno. Alle precedenti udienze erano stati sentiti sia la parte offesa che i carabinieri del Nucleo Investigativo di Viareggio, dove la ragazza si era rivolta per presentare una denuncia contro ignoti. I due avevano avuto una storia, a cavallo tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, poi si erano lasciati. Durante la breve relazione, e mentre facevano sesso in macchina, erano stati scattati alcuni click, con una digitale, anche con l’autoscatto. A distanza di mesi dalla fine della relazione, per la ragazza era poi cominciato l’incubo: prima una serie di telefonate anonime, poi anche e-mail con foto di particolari intimi, di decine e decine di uomini da tutto lo stivale, isole incluse, che le chiedevano di fare sesso. Poi la tragica scoperta, grazie ad alcuni amici: su internet, scaricate con Emule, giravano da tempo alcune sue foto in atteggiamenti inequivocabili, accompagnati da nome, cognome, indirizzo, telefono e e-mail. Una foto, poi, era stata addirittura stampata e affissa ai cancelli dell’azienda dove lavorava il nuovo fidanzato. Foto “senza veli”, con immagini di sesso sfrenato, che sarebbero dovute rimanere un segreto, una cosa intima tra i due che se le erano scattate, erano invece finite in pasto al mondo e tra gli appassionati di internet in migliaia le hanno potuto vedere, digitando una parola chiave, che i militari dell’Arma dopo le indagini, avevano scoperto essere “porcelli gemelli”. Come spesso accade la ragazza l’aveva saputo per ultima – “”ci sono alcune tue foto osè on line”- e sotto chok era andata dai Carabinieri. E’ stata la difesa di R.M, affidata alla giovane avvocatessa Antonietta Montano dello studio Miracolo, a ribaltare la vicenda. “Forti anche della perizia del consulente tecnico di parte – ha spiegato il legale –, e di lacune emerse durante le indagini preliminari, abbiamo dimostrato che le foto porno erano sui pc sia del ragazzo che della ex fidanzata”. Ma soprattutto mancava la “prova provata” di chi, e quando, le avesse messe on line.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia) 

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Published in: on ottobre 28, 2011 at 8:30 am  Lascia un commento  
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INCENERITORE IN TRIBUNALE, VALANGA DI COSTITUZIONI DI PARTE CIVILE

Aula penale gremita, ieri mattina al tribunale di Viareggio per la prima udienza del processo penale che vede imputati Francesco Sbrana, consigliere ed amministratore delegato di Tev spa, attualmente controllata da Veolia, e Umberto Ricci, dipendente capo turno addetto alla conduzione dell’impianto, difesi rispettivamente dall’avvocato Cei e dagli avvocati Cozzani e Barsotti. L’accusa mossa dalla Procura di Lucca – l’indagine è stata portata avanti dal pm Antonio Mariotti – è quella di falsificazione dei dati di emissione. Dopo i patteggiamenti di altri sei imputati, il giorno tanto atteso dai comitati anti-inceneritore per la prima udienza del processo relativo alla vicenda di Falascaia scoppiata tre anni anni si è concluso con un rinvio al 10 gennaio, alle 10 di mattina. Ma intanto, nelle mani del giudice monocratico Nidia Genovese, sono state depositate decine e decine di costituzioni di parte civile. Unica eccezione eccepita quella del legale di Sbrana, per un ritardo di notifica, riconosciuta dal magistrato giudicante. Tra le parti offese che si sono costituite in giudizio, come annunciato dall’assessore all’ambiente e all’energia Anna Rita Bramerini, la Regione Toscana, quale ente territoriale competente, per danni arrecati all’ambiente, alla salute nonché all’immagine della stessa amministrazione regionale. Poi la Provincia di Lucca e tutti i comuni della Versilia, che si sono affidati agli avvocati Enrico Marzaduri e Carlo Di Bugno, e decine e decine di cittadini e comitati, e il Wwf. “La triste vicenda di Falascaia – ha commentato a caldo l’Idv – è approdata davanti al giudice, ci auguriamo che si possa giungere al più presto ad una sentenza che accerti le responsabilità penali e dia il colpo finale alla chiusura definitiva dell’inceneritore”. “La grande partecipazione – ha aggiunto – e l’elevato numero di comuni della Versilia, di cittadini, amministratori e dirigenti provinciali dell’IdV di Lucca che ieri si sono costituiti parte civile – compresa la provincia di Lucca – sono il segno inequivocabile che il danno ambientale e alla salute sono davvero ingenti”. “Determinante per la chiusura dell’inceneritore – ha affermato l’avvocato Miracolo ce si è costituito in giudizio anche per conto di una malata terminale di cancro, depositando una perizia redatta dal professor Stefano Montanari dell’istituto di Nanodiagnostica di Modena – è stato il lavoro svolto da vari comitati che nel corso degli anni, anche rimettendoci di tasca propria, hanno fatto in modo che lo stesso non si riaprisse mai più”. “Il processo – hanno affermato i rappresentanti di Dadaviruz – oltre ad essere un momento per ottenere la verità è un occasione per ribadire che questi impianti di morte devono stare chiusi. Gli inceneritori sono una minaccia per l’ambiente e la salute di noi tutti. Per questo, come molti cittadini, anche noi ci siamo costituiti parte civile. Vogliamo che su questa vicenda si faccia il massimo della luce”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on ottobre 14, 2011 at 3:00 pm  Lascia un commento  
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INVESTI’ UNA DONNA E FUGGI’ CON IL CAMIONCINO DELL’ERSU, CONDANNATO

Rito abbreviato, dieci mesi di condanna e pena sospesa per il l’operaio della Ersu, A.B. 31enne pietrasantino, che a bordo di un furgone per la raccolta dei rifiuti investì una donna, fuggì e fu rintracciato in pochi minuti dai carabinieri di Marina di Pietrasanta e Forte dei Marmi. L’uomo aveva preso in pieno una 50enne di Capannori che stava attraversando il viale Apua sulle strisce e invece di fermarsi e prestare soccorso alla malcapitata aveva accellerato e si era dato alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. La donna, soccorsa da un’ambulanza del 118, era stata immediatamente trasportata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia”, dove i medici le avevano diagnosticato un trauma cranico e la frattura del bacino. Grazie alla descrizione del mezzo i carabinieri avevano iniziato subito la “caccia” al pirata della strada, rintracciandolo poco dopo nel parcheggio della Ersu. Accusato di omissione di soccorso il giudice del tribunale monocratico di Viareggio lo ha condannato.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on ottobre 12, 2011 at 9:00 am  Lascia un commento  
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LA MORTE DI JOUBERT THOMPSON, NUOVA UDIENZA

Nuova udienza per la morte di Joubert Thompson, il marinaio caduto dal “Romanza” al Polo Nautico nel febbraio del 2007.  Al banco dei testimoni, per la difesa del comandante dello yacht James Verity imputato assieme al dipendente Azimut Bartolomeo Giangrasso e ad Attilio Forniled e Mohammed Sai, rispettivamente titolare e dipendente della ditta di ponteggi, Vira Istvan, ufficiale di bordo: “L’ordine di togliere il parapetto l’avevo dato io”, ha affermato in inglese con la traduzione simultanea dell’interprete. Parole, queste, che potrebbero vederlo passare da testimone a imputato per la morte del collega precipitato a terra. Ma chi aveva dato l’ordine di rimuovere il corrimano nella zona della prua? Da quanto emerso in udienza era stato Istvan, il primo ufficiale in sostituzione del comandante Verity che era assente. E proprio questo particolare ha indotto il giudice Gerardo Boragine ad interrompere il processo: le dichiarazioni rese potrebbero infatti cambiare la posizione del teste, e portare la Procura ad indagarlo. “La rimozione l’ha fatta tutto l’equipaggio”, ha aggiunto, ma non potendo nominare in udienza un legale, si è poi avvalso della facoltà di non rispondere.  Il consulente di parte del comandante ha spiegato che “la rimozione del corrimano è comunque normale, per evitare di rovinare l’acciaio durante le lavorazioni, e la prua sarebbe stata in sicurezza solo se il ponteggio fosse stato costruito bene”. Nel punto dove è caduto Joubert il ponteggio, a quanto emerso, distava dalla carena 60 centimetri. La battaglia tra i legali degli imputati per stabilire chi sia il responsabile della morte di Joubert continuerà alla prossima udienza, fissata per il 16 novembre quando, se rintracciato, visto che per ora sembra sparito, dovrà testimoniare l’ingegnere di macchina Steven Duncan.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on ottobre 6, 2011 at 8:30 am  Lascia un commento  
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SI CONFESSA PRIMA DI ACCECARSI: AL PARROCO DI SAN PAOLINO “DIO MI PUNIRA’, SONO IL RESPONSABILE DI UN OMICIDIO”

Sono il responsabile di un omicidio, e Dio mi punirà”. Mancavano pochi minuti alle 8, domenica mattina, quando Aldo Bianchini ha iniziato ad urlare all’interno della basilica di San Paolino, in via Mazzini. Un paio di ore prima che si strappasse gli occhi nella chiesa di Sant’Andrea. E forse, quel folle gesto di autolesionismo, si sarebbe potuto evitare. Si, perchè quelle grida lancinanti, hanno richiamato l’attenzione del parroco, don Franco, che era in sagrestia e stava preparandosi per dire messa.

“L’ho trovato in piedi davanti all’altare del Sacro Cuore, stava farneticando e ho cercato di calmarlo – ha raccontato ieri il sacerdote -, abbiamo parlato per qualche minuto, poi si è seduto e ha assistito alla messa e ha pure fatto la comunione. Poi, finito il rito eucaristico, mi ha chiesto se lo potevo confessare”. Più che una confessione si è trattato di una chiacchierata, dove Aldo Bianchini ha raccontato a don Franco di un amico deceduto per infarto davanti ai suoi occhi quando viveva in Scozia: “non l’ho soccorso, se è morto è colpa mia e Dio mi deve punire”, ha detto al prete. “L’ho ascoltato – ha precisato il parroco di San Paolino -, rassicurandolo che se l’amico era morto lui non aveva nessuna responsabilità. Poi mi ha ringraziato, stringendomi forte la mano. E con la promessa che ne avremmo riparlato, se ne è andato”. Ma quel sentimento di autocolpevolizzazione è ritornato subito dopo quando durante la messa delle 10 a Sant’Andrea si è infilato le dita negli occhi, strappandoli in nome di Dio, e gettandoli in terra.

“Sembrava indemoniato – ha ripetuto padre Lorenzo -, lo tenevano in quattro ma non sono riusciti a fermarlo”. Una forza quasi demoniaca, quella descritta, anche se il demone era solo nella sua mente malata.“Ho sentito una voce che mi ha detto di farlo”, come ha detto ai medici che lo hanno soccorso in chiesa, e a quelli dell’ospedale che lo hanno suturato. “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te”, recita un versetto del vangelo di San Matteo. E forse proprio dalla Bibbia è nato il suo delirio religioso che lo ha portato compiere l’orribile gesto in un luogo sacro.

“Non era un paziente in cura presso il nostro reparto – ha confermato il professor Mario Di Fiorino, primario di Psichiatria del “Versilia” -, era seguito da una psichiatra privata con la quale ho già preso contatti”. Ma le cure l’uomo le avrebbe sospese, a detta dell’anziana madre con la quale viveva in una viareggina in via Fratti, le cui finestre ieri sono state chiuse per tutto il giorno Ora, dopo il gesto autolesionista, è stato ricoverato in chirurgia, poi sarà trasferito nel reparto psichiatrico. “Il suo – ha precisato Di Fiorino – è un quadro psicotico cronico”. La mamma, i vicini, la conoscono tutti bene, e tutti la descrivono come una donna straordinaria e gentilissima. Del figlio, invece, poco o nulla sanno. Lo vedevano uscire e rientrare a casa. Ma non parlava con nessuno.

Ricoverato da due giorni non è in pericolo di vita, nonostante la forte emorragia dovuta all’avulsione dei bulbi oculari, ma, come ha spiegato il primario di Oculistica dottor Andrea Vento, rimarrà cieco per sempre: “Abbiamo eseguito un intervento congiuntivo per evitare ulteriori emorragie, ma non è stato possibile reimpiantargli gli occhi”, questo il triste epilogo dell’atto compiuto in chiesa. “In tutta la mia carriera – ha aggiunto il medico – non ho mai visto una cosa simile. Non ci sono precedenti nella letteratura medica”. Solo un caso, a Napoli nel gennaio 2011. Il dramma si consumò in un appartamento, ma fu la figlia a scagliarsi ferocemente contro la madre, strappandole gli occhi.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

STUPRO SULLO YACHT, A GIUDIZIO IL VIOLENTATORE

Rito abbreviato, il 23 novembre, per J.H., il 39enne inglese accusato di violenza sessuale nei confronti di una connazionale poco più che ventenne. L’uomo, nell’agosto dello scorso anno, la stuprò fino all’alba, sottoponendola a terribili torture: fu una notte da incubo, durante la quale la ragazza fu violentata ripetutamente per ore, sotto minaccia, a bordo di un mega yacht ormeggiato a una banchina del porto di Viareggio. Dopo aver abusato della giovane costringendola a rapporti sessuali particolari, averle urinato addosso e fatto mangiare persino le sue feci, J.H. Si era poi dileguato, lasciando la sua vittima ferita e impaurita. Mesi addietro, davanti al sostituto procuratore Sara Polino e al giudice per le indagini preliminari Simone Silvestri, si era svolto, a porte chiuse, l’incidente probatorio e come aveva confermato il Pm la vittima aveva ripercorso tutti i momenti di quella terribile notte, confermando quanto messo a verbale la mattina successiva allo stupro nella caserma dei Carabinieri di Viareggio, dove si era recata dopo essere stata medicata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia” e sottoposta a visita ginecologica. Imbarcata su un panfilo battente bandiera inglese la ragazza, quella sera, aveva conosciuto il connazionale. Un incontro casuale, in un pub della Darsena, due chiacchiere e poi un invito a bere qualcosa insieme sullo yacht del quale, pur non essendo l’armatore, o il comandante, l’uomo aveva la disponibilità. Poi, appena saliti a bordo, era iniziato l’inferno. Sull’uomo, latitante, pendono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e un mandato di cattura internazionale.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

FOTO PORNO SUL WEB, A PROCESSO L’EX

La prima volta, la donna, ha pensato che si trattasse di uno sbaglio. Oppure di uno scherzo. Anche se di cattivo gusto, per non dire pessimo. Poi, giorno dopo giorno, col passare delle ore, per lei è iniziato un vero e proprio incubo. Di quelli che ti mettono letteralmente a terra. Il suo telefono, infatti, ha iniziato ad essere sommerso di chiamate, diventando molto “caldo”. Come una linea hard, a luci rosse, con sconosciuti, tutti uomini, che la chiamavano interessati a lei, al suo corpo, per chiederle prestazioni sessuali di un certo tipo. Stupore, incredulità, e soprattutto umiliazione. E una domanda, come un assillo: perchè le stava succedendo tutto questo? Quell’ interesse morboso nei suoi confronti da cosa nasceva?. La donna, una viareggina poco più che trentenne, ha però scoperto poco dopo l’arcano: qualcuno aveva inserito nel web una decina di foto pornografiche di una donna molto sexy e sensuale, ripresa nei clic in atti da sesso estremo. Certo, il viso, era stato oscurato. Impossibile riconoscere chi fosse. Ma sotto ad ogni immagine era scritto il suo numero di telefono. Una sorta di didascalia che fungeva da invito ad essere contattata. La vittima, sotto choc, non ha però perso tempo e si è subito rivolta alle forze dell’ordine, presentando una denuncia e dando agli investigatori anche delle precise indicazioni per risalire all’ignoto che aveva messo on line le foto. Sono stati i militari della Guardia di Finanza a risalire al computer dal quale erano state caricate su internet le immagini, e l’uomo, un ex con il quale la storia era finita da tempo, è stato rinviato a giudizio per diffamazione aggravata. In aula al tribunale monocratico di Viareggio è stato ricostruito, a porte chiuse, tutto il misfatto, con la deposizione della vittima, degli inquirenti e dei consulenti tecnici. La parte offesa, assistita dal suo legale, si è costituita parte civile per i danni subiti. Il processo è stato aggiornato al prossimo 12 dicembre. E la parola, allora, passerà alla difesa.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

RITO ABBREVIATO PER FRANCESCO QUINCI, A NOVEMBRE DAL GUP

Rito abbreviato per Francesco Antonio Quinci, in carcere dallo scorso 8 gennaio e accusato di omicidio volontario aggravato, per aver ucciso la moglie Rajmonda Zefi e aver poi gettato il cadavere in un dirupo sopra Stazzema. La richiesta dei suoi legali, avvocati Carlo Alberto Antongiovanni e Giorgio Nicoletti, è infatti stata accolta e l’udienza davanti al Gup Giuseppe Pezzuti è stata fissata per il prossimo 9 novembre. “Da quanto emerge dalla perizia psichiatrica fatta dal professor Mario Di Fiorino, il primario di psichiatria del “Versilia”, ci sono sufficienti elementi perchè la capacità di intendere e volere al momento del fatto fosse gravemente scemata”, è con questa annotazione che si conclude la perizia di parte. “E’ probabile che il magistrato chieda una Ctu, e in questo caso – ha precisato l’avvocato Antongiovanni – il 9 novembre verrà fissata una ulteriore udienza per il giuramento del consulente della Procura”. L’uomo, dal carcere, sono mesi che si dichiara innocente e ripete “non l’ho uccisa, è stato un tragico incidente”. Nonostante i risultati dell’autopsia, che evidenziarono segni di strangolamento al collo. “Avevamo litigato, eravamo sulle scale, l’ho trattenuta, poi l’ho lasciata, è scivolata ed è morta sul colpo”. Una versione, questa, che ha ripetuto anche allo psichiatra, nella consapevolezza lucida di aver però occultato il corpo senza vita. “Contiamo sulla semi infermità mentale – ha spiegato il difensore. Ma Francesco Antonio Quinci rischia 30 anni di galera.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

BAR CEDUTO, MA IL SOCIO NON LO SA: LA VICENDA TORNA IN TRIBUNALE

Nuova udienza, davanti al coordinatore dei giudici del tribunale monocratico di Viareggio Gerardo Boragine, per il processo che vede alla sbarra Gianluca Pozzi e la vicenda del bar Carmencita, noto locale nella centrale piazza Mazzini, “venduto” a terze persone senza che il socio, secondo l’accusa, ne sapesse nulla. A deporre, ieri mattina, è stato l’imputato, difeso dall’avvocato Leonardo Lapazin Zorzit, che ha negato in toto le accuse mossegli. La storia ha inizio con una querela, presentata dal socio Pierluigi Bizzarri di Pistoia, che tutelato dall’avvocato Marco Taddei, si è anche costituito parte civile per i danni subiti. A suo dire avrebbe appreso per caso, venendo a Viareggio ed entrando nel bar, che lo stesso era “gestito” da persone a lui sconosciute. E alla domanda di chi fossero coloro che erano dietro alla cassa e al bancone la risposta fu un fulmine a ciel sereno. Il bar era stato ceduto, e lui, socio al 50%, non ne sapeva un bel niente. Sarebbe stato Gianluca Pozzi a firmare il contratto, per altro davanti a un notaio, ma a detta del querelante la firma Bizzarri non era la sua: “Visibilmente contraffatta”. L’imputato, commercialista, è cosi finito a processo accusato di truffa e falso. “Falso – ha spiegato la parte offesa – in quanto al notaio è stato esibito un verbale di assemblea in cui mi si dava per presente, e con una firma che io non ho mai apposto”. Anche se l’imputato, ieri mattina in aula, ha controbattuto che invece c’era ed aveva firmato: “convocai l’assemblea dei soci in un bar”, ha affermato Pozzi. Ma secondo l’accusa, in quel bar, l’incontro aveva riguardato ben altro: “Fu chiesto al mio cliente – ha spiegato l’avvocato Taddei – di cedere la sua quota per 140mila euro, ma lui rifiutò. Bizzarri non ha mai saputo che il bar era stato dato in gestione, e soprattutto non ha ricevuto un euro dall’operazione”. Operazione che si sarebbe concretizzata nel versamento di 80mila euro davanti al notaio, 100mila su un conto corrente intestato ad una società riconducibile a Gianluca Pozzi e ratei da 7.500 al mese. I gestori nuovi, la scorsa udienza, furono chiamati a testimoniare e confermarono di aver concluso l’affare con il Pozzi, di aver versato delle somme e di aver poi bloccato gli ulteriori pagamenti, dietro diffida dell’avvocato di Bizzarri, temendo che il contratto fosse dichiarato nullo. Il processo, per la sentenza, è stato rinviato al prossimo 18 gennaio.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on settembre 29, 2011 at 9:30 am  Lascia un commento  
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“HA MINACCIATO DI MORTE SUA MADRE”, PARLA LA NIPOTE DELL’EX MARITO DI VELIA: LA GIOVANE AVEVA RILASCIATO LA SUA TESTIMONIANZA IL 9 DICEMBRE DAI CARABINIERI

David ha minacciato di morte la sua mamma, e più volte le ha ripetuto che l’avrebbe buttata fuori di casa. Al primo litigio cui ho assistito ho pensato che scherzassero, ma poi, visti i ripetuti litigi, ho capito che non si trattava di uno scherzo”. Affermazione choc quella di Jessica Marchetti, nipote del marito di Claudia Velia Carmazzi, intervistata da Il Nuovo Corriere. “Ero a casa di David Paolini in via Machiavelli – racconta la 21enne viareggina -, era il 2009, poco prima della strage di Viareggio, e iniziò un putiferio. Non ho capito bene il motivo dei litigi, ma mi spaventai e me ne andai”. La ragazza, il 9 dicembre dello scorso anno, in fase di indagini preliminari sulla vicenda della scomparsa di Claudia Velia Carmazzi e di sua madre Maddalena Semeraro dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago, è stata sentita come persona informata sui fatti nella caserma dei carabinieri di Viareggio. Jessica è la nipote di sangue di Francesco Marchetti, il marito di Velia, e David, il figlio e nipote delle due donne, lo conosce bene. Chiamata dagli inquirenti dopo che suo zio aveva riferito ai militari dell’Arma che la nipote avrebbe visto a settembre 2010 Velia nella zona della stazione, la ragazza ha riferito di averla sì incontrata al buffet del dopo lavoro ferroviario a mangiare col figlio, ma circa un anno primo della scomparsa. “Conosco molto bene David”, ci ha detto: la ragazza si era fidanzata con un amico di David Paolini e frequentava la stessa compagnia: ”Posso confermare che è un ragazzo dal carattere difficile e facilmente irascibile. Ricordo di aver assistito a diverse risse tra lui e suoi coetanei, per futili motivi e pretestuosi motivi”. E questo sta scritto nero su bianco anche nella sua testimonianza. Jessica, da bambina, viveva a Lido di Camaiore, sulla via Italica, e la sua casa confinava con quella di Francesco Marchetti, che già all’inizio degli anni ’90, cosi ci ha raccontato, frequentava Velia: “Io e David siamo quasi cresciuti insieme, quando era piccolo veniva a casa di mio zio Francesco con la sua mamma. Si sono lasciati e ripresi tante volte, poi quando Velia si è sposata con Francesco Marchetti, lui si è trasferito e sono andata spesso a trovarli a casa loro. Tutti e tre sono anche venuti alla mia prima comunione. Mio zio adorava David, era lui che gli faceva il bagno, gli preparava la merenda, e lo portava a spasso. Come un vero padre. Poi si sono separati”. Su cosa faccia adesso David Paolini, Jessica Marchetti non sa niente. “Era il 2009, di settembre, quando lo incontrai con la madre. Lei, dopo, non l’ho più vista. E nemmeno lui, se non di sfuggita o in televisione”. Che le due donne erano scomparsa lo ha appreso dalla tv e dai giornali. “La nonna Maddalena – aggiunge – – non l’ho mai conosciuta”. A domanda rispondi, però, Jessica Marchetti, nel verbale di sommarie informazioni, ha dichiarato agli investigatori di aver frequentato in passato l’abitazione di Velia, quando la donna viveva in via Machiavelli: “Tra lei e il figlio c’era un rapporto difficile – sono state le sue parole -, e ho assistito a violenti litigi durante i quali David ha minacciato di morte la mamma dicendole di volerla buttare fuori di casa”. E questo rimane agli atti. In questa storia ancora avvolta nel mistero, per la quale la Procura non ha ancora chiuso le indagini, c’è un particolare che assilla Jessica: “Se davvero David ha visto sua madre come morta io non riesco a capire perchè non abbia chiamato il 118”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)