“INTERROGATORIO NULLO”, GLI AVVOCATI DI REMORINI E DELLA CASENTINI CONTESTANO L’INCIDENTE PROBATORIO

L’incidente probatorio di Francesco Tureddi è inammissibile, nullo e inutilizzabile”. Queste le prime parole dei difensori di Massimo Remorini, avvocati Giorgio Paolini e Carlo di Bugno, e del nuovo legale al quale Maria Casentini ha dato mandato, il giovane e brillante avvocato Alessandro Bini, all’uscita dall’aula al primo piano del Tribunale di Lucca. “Le domande che volevamo fare in contraddittorio a Tureddi erano tante, e non ci sono state permesse in quanto ci è stato impedito di estendere l’oggetto della prova ad altri fatti rispetto a quelli indicati dal Pm come previsto per legge – hanno affermato i tre difensori dei due indagati per il giallo, ancora irrisolto, della scomparsa di Claudia Velia Carmazzi e sua madre Maddalena Semeraro avvenuta alla fine di agosto dello scorso anno dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago – : solo per fare un esempio non è stato possibile chiedere al Tureddi di tutti i suoi precedenti, circa 8 pagine di certificato penale nel quale si annoverano, oltre a furto, rapina, evasione, violenza e porto illegale di armi, anche alcuni precedenti specifici per falsa testimonianza e calunnia”. “Questa – hanno aggiunto – è una palese violazione del diritto di difesa”. L’incidente probatorio era stato chiesto a giugno dal Pm titolare del fascicolo di inchiesta, la dottoressa Sara Polino, e accordato dal Gip Marcella Spada Ricci nel settembre, ma a inizio di udienza, a porte chiuse, sia l’avvocato Carlo di Bugno che l’avvocato Enrico Marzaduri, difensore assieme a Riccardo Carloni dell’avvocato Giunio Massa finito nel Registro degli Indagati per l’acquisto delle abitazioni delle due donne scomparse, hanno sollevato due eccezioni e il Gip per due volte si è dovuto ritirare in Camera di Consiglio per decidere. Respinta la prima, “i termini di notifica non sono stati rispettati”, accolta la seconda, “Francesco Tureddi non può essere ascoltato per gli stessi fatti per i quali è indagato nello stesso procedimento”. E “Cecchino”, dopo aver giurato, ha risposto alle domande del Pm, raccontando di nuovo tutto quanto messo a verbale nei mesi scorsi sia davanti ai Carabinieri che allo stesso pubblico ministero:

“Ha ribadito che le donne non sono morte di morte naturale – ha riferito il suo legale, avvocato Aldo Lasagna – ed è pronto a ripeterlo in tutti i gradi del giudizio”. “Che le avevano uccise loro me l’hanno detto sia Remorini che la Casentini – ha riferito “Cecchino” in aula -, lui l’ho trovato che stava bruciando non so cosa in un bidone e quando gli chiesi cosa stesse bruciando mi rispose che stava dando fuoco al corpo di Velia, poi il mese dopo, a settembre, entrai nel campo e vidi dentro a un bidone il corpo di Maddalena tutto rattrappito e semi bruciato”. “Siamo soddisfatti delle risposte di Tureddi – hanno commentato i legali dello “zio” e della badante -, ha detto le stesse cose per le quali sia il Gip che i tre giudici del Tribunale del Riesame di Firenze lo hanno dichiarato inattendibile”. “Se Tureddi fosse attendibile – ha aggiunto Di Bugno – è incredibile che l’accusa lasci due assassini liberi”. Intanto il dottor Antonio Paiano ha firmato l’incarico affidatogli dalla Procura per effettuare una perizia psichiatrica, che sarà depositata agli atti tra 60 giorni, su David Paolini, figlio e nipote delle due scomparse, e su Raffaella Villa. Al medico il compito di stabilire se il ragazzo, assistito dall’avvocato Alberto Consani, e la donna che difesa dall’avvocato Fabrizio Miracolo accusa Remorini e Massa di essere stata truffata per la vendita della sua casa, siano stati, e siano ancora, incapaci di intendere e volere, e se ci sia stata circonvenzione di incapace.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

ACCOLTELLAMENTO IN GALLURA, LA DIFESA E’ DI UN LEGALE VIAREGGINO: IN TRASFERTA L’AVVOCATO MIRACOLO

Avvocato, mi aiuti”. La telefonata è arrivata intorno alle 4. E’ stato svegliato nel cuore della notte il legale viareggino Fabrizio Miracolo, da un agricoltore sardo. E dopo aver ascoltato il racconto di quanto accaduto poche ore prima, ha cercato di convincerlo a costituirsi. Ma sono stati i Carabinieri della Compagnia di Valledoria, diretti dal capitano Pinna, a trovarlo per le vie del paese e ad ammanettarlo. Dopo aver preso contatti con i militari dell’Arma del posto, l’avvocato Miracolo è immediatamente partito con il primo volo utile. Destinazione aeroporto di Olbia, per raggiungere il carcere di Tempio Pausania, dove da ieri, dopo un malore per il quale è stato ricoverato e piantonato, è stato rinchiuso il suo cliente, accusato di tentato omicidio e porto d’arma abusivo. Salvatore Garrucciu, un agricoltore 49enne di Badesi, nella Gallura, è stato arrestato dai carabinieri dopo un litigio finito nel sangue in un bar del paese. Il primo parapaglia, da quanto riferito telefonicamente dall’agricoltore al suo avvocato viareggino, sarebbe scoppiato poco prima della mezzanotte, complice qualche bevuta di troppo, quando è iniziata una discussione, a dir poco vivace, con un compaesano di 35 anni, operaio, S.C. le sue iniziali. Qualche cazzotto, a quanto pare, poi Salvatore Garrucciu sarebbe tornato a casa sua, e, secondo l’accusa, avrebbe preso una “pattadesa, tipico coltello sardo con la lama da oltre 50 centimetri, e sarebbe tornato armato nel locale affrontando il rivale e accoltellandolo. “Da quanto ho appreso – ha affermato l’avvocato Fabrizio Miracolo – il ferito sarebbe stato letteralmente aperto in due, riportando ferite profonde al torace e all’addome”. La vittima, portata al Pronto Soccorso dell’ Ospedale di Tempio Pausania, è stata suturata con oltre 40 punti, ma nonostante la prognosi riservata non sarebbe in pericolo di vita. Per l’avvocato viareggino, di origini campane, non si tratta del primo caso sardo: negli anni passati ha seguito numerosi casi legati ai clan della Barbagia dediti ai sequestri di persona, e difeso personaggi di spicco della malavita della Gallura.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on settembre 15, 2011 at 8:15 am  Lascia un commento  
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TUREDDI DAVANTI AL GIP, SI ALL’INCIDENTE PROBATORIO E ALLE PERIZIE PSICHIATRICE SU DAVID E SULLA VILLA

Donne scomparse, il Giudice per le Indagini Preliminari Marcella Spada Ricci ha disposto ieri, con sua ordinanza, l’incidente probatorio di Francesco Tureddi e le perizie psichiatriche su David Paolini e su Raffaella Villa. Nell’inchiesta sulla scomparsa di Claudia Velia Carmazzi, 59 anni, e di sua madre Maddalena Semeraro, 80, avvenuta ormai da oltre un anno, nell’agosto del 2010, dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago, il Gip lucchese, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero Sara Polino, ha disposto un incidente probatorio sulle dichiarazioni di “Cecchino” Tureddi, indagato per favoreggiamento. “Finalmente sentiremo personalmente, e in contraddittorio, quello che invece, fino ad ora, Tureddi ha dichiarato alla stampa e alle tv”. Questo il commento a caldo dell’avvocato Alberto Consani che tutela il giovane David. Faccia a faccia tra lo “zio” e “Cecchino”? “Dobbiamo valutare se farlo assistere all’incidente probatorio – è stata la risposta dell’avvocato Giorgio Paolini che assieme al collega Carlo Di Bugno difende Remorini -: il nostro assistito è uscito dal carcere da quasi un mese, e nonostante le paventate paure di Tureddi non c’è stato nessun sussulto. Remorini è tornato a casa, dalla sua famiglia, ed è tranquillo Aspetta solo che venga fatta luce su questa vicenda, e continua a professarsi innocente”. Per quanto riguarda la perizia psichiatrica per il figlio della Carmazzi, David Paolini, il legale, forte di una prima perizia di parte fatta eseguire dallo psicologo Emanuele Palagi, e già depositata agli atti illo tempore, è fiducioso su quanto metterà nero su bianco il dottor Antonio Paiano del Centro di Salute Mentale dell’Ospedale di Lucca, incaricato dalla Procura di periziare il ragazzo e anche Raffaella Villa, la testimone, difesa dall’avvocato Fabrizio Miracolo, che denunciò di esser stata anche lei raggirata da Massimo Remorini, il principale indagato nella vicenda, per la vendita della sua casa in Via Pisacane da Massimo Remorini, e che è già stata sottoposta a una perizia psichiatrica di parte dal noto luminare professor Alessandro Melluzzi. Nell’incidente probatorio Francesco Tureddi, che nei mesi scorsi ha raccontato scene macabre, di aver cioè visto lo “zio” bruciare Velia e di aver trovato al “campo degli orrori” il corpo dell’anziana Maddalena fatto a pezzi e carbonizzato dentro a un fusto per l’olio, autoaccusandosi di aver gettato lo stesso in un cassonetto della spazzatura, dovrà ripercorrere davanti al Gip quanto già messo a verbale dai Carabinieri e dal Pm, e riferire dei suoi rapporti con Massimo Remorini, e dello stesso con le due donne. Le perizie per David Paolini e Raffaella Villa serviranno invece a stabilire se i due versano in uno “stato di minorazione della sfera intellettiva e volitiva tale da privarle del normale discernimento e del potere critico e volitivo”. Sia l’ incidente probatorio di Francesco Tureddi che l’affidamento delle perizie psichiatriche sono state fissate per il 23 settembre alle 10.30 al Tribunale di Lucca. Il Gip ha invece respinto la richiesta, avanzata dal Pm, di periziare le tracce di sangue rinvenute dai Ris al campo di via dei Lecci: “la genericità della sua formulazione – scrive la Spada Ricci – non consente di individuare quale debba essere il contenuto dell’accertamento”. Nella vicenda della scomparsa delle due donne Massimo Remorini, 54 anni, è accusato di sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia, soppressione e distruzione di cadavere. Lo “zio” curava gli interessi patrimoniali delle due donne, e secondo quanto emerge dall’inchiesta sarebbe il responsabile della loro scomparsa. Le due donne, private dei loro beni, fra cui due case, vendute con l’intermediazione di Remorini a prezzi bassi alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa, finito lui stesso nel Registro degli Indagati, vivevano in una roulotte nel terreno da dove l’anno scorso sparirono. Nel giallo, oltre a Massimo Remorini, scarcerato lo scorso 21 agosto per decorrenza dei termini con il solo obbligo di firma, Francesco Tureddi e l’avvocato Giunio Massa, è indagata anche la badante Maria Casentini, 50 anni, libera da qualche mese. Intanto, da qualche giorno, sono arrivati sul tavolo del Pm Sara Polino tutti gli accertamenti bancari e finanziari eseguiti su incarico della Procura dalle Fiamme Gialle, dei quali nulla trapelerà fino alla chiusura delle indagini ma dai quali potrebbero emergere nuovi scenari.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

GIALLO DELLE SCOMPARSE, UNA PERIZIA SU RAFFAELLA VILLA

Incapace di intendere e di volere? L’avvocato Fabrizio Miracolo, che tutela gli interessi di Raffaella Villa, la 44enne comasca la cui vicenda si è inserita nel giallo delle donne scomparse dal campo di Torre del Lago, ha fatto visitare la sua assistita dal professor Alessandro Meluzzi, noto specialista in psichiatria e psicologo – psicoterapeuta. “Elevata fragilità – scrive il medico nella sua memoria pro veritate depositata in Procura da qualche giorno e acquisita agli atti del Pm Sara Polino che conduce le indagini del giallo -, e tendenza ad assumere legami affettivi coinvolgenti anche per fronteggiare la paura dell’abbandono e della solitudine”. Raffaella Villa, costituita parte offesa, ha venduto la sua abitazione di via Pisacane ad Andrea Massa e Gabriella Loggini, figlio e moglie del libero professionista viareggino Giunio Massa – anch’esso finito nel vortice come indagato per circonvenzione di incapace – per 228mila euro. Soldi, come affermato dalla donna e dal suo legale , “spariti misteriosamente dal conto corrente. Il nome di Massimo Remorini, ancora in carcere, e Francesco Tureddi compaiono in questo caso come mediatore dell’affare immobiliare il primo, e come “amico” della Villa il secondo. Secondo lo specialista torinese, ospite assiduo della trasmissione Quarto Grado, che ha visitato Raffaella Villa la situazione della donna sarebbe da approfondire, “con l’utilizzo di test psicodiagnostici e una più accurata ricostruzione di tutti i contesti interpersonali”. Un approfondimento psichiatrico forense, per accertare – vista “la labilità emozionale”, e a giudizio di Meluzzi Raffaella Villa soffre di un “disturbo dipendente di personalità, collegato a vissuti di natura depressiva” – se la donna fosse facile da circonvenire. La parola passa agli inquirenti. Intanto il Giudice per le Indagini Preliminari Marcella Spada Ricci ha fissato la data dell’incidente probatorio richiesto dagli avvocati Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno, difensori di Massimo Remorini: il 1 luglio alle 9.30 sarà ascoltato in tribunale a Lucca Francesco Marchetti, il marito di Velia Carmazzi. Chiamato a chiarire quali fossero realmente i rapporti familiari tra le due donne scomparse e David Paolini. Alla udienza, a porte chiuse, sarà presente anche lo “zio”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia) 

ACCOLTELLAMENTO, VIA AL PROCESSO

E’ iniziato ieri mattina al tribunale di Viareggio, di fronte al giudice monocratico Nidia Genovese, il processo a Mattia Varani, il giovane fiorentino arrestato dai carabinieri all’alba del 6 marzo scorso di fronte al Frau di Marina di Torre del Lago. Due ragazzi genovesi, Giovanni Cardillo e Valerio Capra, entrambi 21enni, erano stati accoltellati, con ferite molto gravi – uno dei due è ancora ricoverato in ospedale – dopo un litigio scoppiato all’interno del noto locale di patron Stefano Noto. Furono gli stessi addetti alla sicurezza del locale ad aiutare i giovani feriti, e a chiamare sia il 118 sia i militari dell’Arma, che una volta arrivati sul posto avevano arrestato il fiorentino, accusato da molti testimoni presenti al fatto di essere colui che aveva sferrato le coltellate ai due giovani liguri, anche se l’arma bianca non e’ mai stata ritrovata. Primo teste dell’accusa ascoltato ieri è stato un carabiniere della stazione di Torre del Lago, che ha riferito in aula la ricostruzione di quanto accaduto alle 4 di mattina della notte tra il 5 e 6 di marzo: il ferimento sarebbe stato l’epilogo di un lite scoppiata all’interno della discoteca tra un gruppo di ragazzi di Genova e un altro di Firenze, allontanati subito dal locale dai buttafuori, poi era saltato fuori un coltello. E tra i feriti, anche se in modo meno grave, c’era stato anche un terzo giovane. All’arrivo dei carabinieri i due giovani feriti erano stati già portati via dalle ambulanze, ma gli animi degli amici dei due accoltellati si erano surriscaldati, tanto che il personale della sicurezza del Frau per evitare che il giovane fiorentino venisse linciato, aveva dovuto portarlo sul retro del locale, lato spiaggia, ed è qui che i militari dell’Arma lo avevano caricato in auto per portarlo in caserma. Un vero e proprio Far West, con tanto di lancio di bottiglie di vetro e persino il tentativo di assalto alla macchina dei carabinieri, per strappare Mattia Verani alle mani delle Forze dell’Ordine. Il difensore dell’imputato, avvocato Fabrizio Miracolo, all’udienza di ieri, ha chiesto la revoca della misura cautelare dei domiciliari, chiedendo l’obbligo di dimora, con la possibilità di recarsi al Sert, dove il giovane arrestato è in terapia di metadone, e al lavoro ma il giudice si è riservato di decidere nei termini di legge – oltre a un precedente per droga, e una guida sotto gli effetti dell’alcol costata al giovane la sospensione della patente, dalla banca dati delle Forze di Polizia sono emersi a carico di Mattia Verani anche precedenti specifici per rissa, e un Daspo. Il titolare del Frau Stefano Noto si è invece costituito parte civile con il suo legale avvocato Giorgio Nicoletti, per il risarcimento dei danni subiti dal locale, circa 15mila euro, oltre ai danni di immagine. “I carabinieri avevano ipotizzato di richiedere la revoca della licenza ma il mio personale ha collaborato in tutto e per tutto con le Forze dell’Ordine, come potremo dimostrare, se necessario, con le decine di testimonianze e mi sono costituito parte civile perchè siamo stati anche noi danneggiati – ha affermato Noto all’uscita del tribunale -, i problemi di ordine pubblico non siamo noi a provocarli, nel mio locale è attivo persino un metal detector”. Intanto il giudice ha aggiornato il processo al prossimo 12 aprile quando verranno ascoltati tutti i testimoni, tra cui anche i buttafuori del locale.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

NASCE MALFORMATO, MAXI RISARCIMENTO: I GENITORI DI UN BAMBINO CON LA SINDROME DI APERT FANNO CAUSA AL GINECOLOGO: IN PRIMO GRADO IL TRIBUNALE AVEVA NEGATO LA RICHIESTA DANNI, PRESENTATO RICORSO IN APPELLO A FIRENZE

Ricorso in Corte d’Appello a Firenze contro la decisione del tribunale monocratico di Viareggio che ha respinto la richiesta di risarcimento danni inoltrata dai genitori relativamente alla triste vicenda del loro figlio nato con la Sindrome di Apert, grave e rara patologia che provoca malformazioni al feto, con alterazioni al cranio, disfunzioni cardiocircolatorie e soprattutto sindattilia alle mani e piedi. Che in altri termini significa mani e piedi da palmimede. La triste storia risale all’ 11 agosto del 2000 quando “Luca” – il nome è di fantasia – viene alla luce all’Ospedale Unico “Versilia” . L’Asl riconosce il piccolo come persona invalida, con necessità di assistenza continua in quanto impossibilitato a compiere anche i più elementari movimenti, non potendo usare mani e piedi. “La madre – si legge nell’atto di appello – era stata seguita fin dall’inizio della gravidanza dal primario Giovanni Paolo Cima che, nonostante le varie ecografie, durante tutto il periodo di gestazione non aveva mai riscontrato anomalie e nonostante che i genitori avessero chiesto spiegazioni sulla strana conformazione del cranio del bambino il medico non aveva ritenuto di prescrivere ulteriori e più approfonditi esami”. Il calvario, fatto di interventi sia in Italia che all’ estero, in cliniche specialistiche, per correggere le malformazioni al cranio e agli arti, non è mai finito: oltre al fatto che per stare vicini al loro figlio la madre ha dovuto lasciare il proprio lavoro, e il padre cambiarlo. “Abbiamo appellato la sentenza di primo grado – afferma l’avvocato Fabrizio Miracolo che segue il caso – in quanto erronea, contraddittoria e carente nella motivazione in ordine alla asserita mancanza di inadempimento nel comportamento del medico”. Il giudice monocratico, riportandosi integralmente alle conclusioni del Consulente Tecnico che aveva ritenuto il comportamento del dottor Cima conforme alle “leges artis”, aveva infatti sentenziato che il sanitario non fosse stato inadempiente circa il suo obbligo di informazioni sulle possibili malformazioni del nascituro. “Sembra assai strano – sostiene il legale – che dalle sofisticate apparecchiature il ginecologo non sia sia accorto della gravissima malformazione ai piedi e alle mani, oltre al naso a sella tipico della sindrome di Apert che non è facilmente rilevabile nelle prime settimane di gestazione ma successivamente si, e il dottor Cima doveva accorgersene usando la normale diligenza e informando la gestante per darle la possibilità di una scelta consapevole di interrompere la gravidanza con un aborto terapeutico, così come prevede la legge 194 del ’78”. Il trauma subito da entrambi i genitori, che si sono trovati senza nessuna preparazione psicologica di fronte alla nascita di un figlio menomato, è stato enorme. E ne sono prova i certificati di stati ansiosi e depressivi prodotti in giudizio. Il parere tecnico fatto predisporre per l’appello porta la firma del luminare di Viterbo professor Giampaolo Palla che è giunto alla conclusione che “ la maggioranza dei ginecologi ecografisti avrebbe riconosciuto – nell’ecografia del 2° trimestre – almeno le anomalie del cranio e avrebbe inviato la paziente a un centro ecografico di II° livello, per una indagine più raffinata al fine di formulare una diagnosi”. E secondo Palla “ deve essere formulata in capo al dottor Cima una censura per imprudenza e per imperizia per non essere stato in grado mediante le ecografie di evidenziare le molteplici malformazioni del feto affetto da sindrome di Apert”. “Nell’ipotesi che Cima abbia osservato le malformazioni – aggiunge il consulente – e non abbia voluto informare la madre la censura è per dolo, che è colpa grave”. La decisione è ora nelle mani dei giudici fiorentini.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on marzo 12, 2011 at 12:00 pm  Lascia un commento  
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NEONATO MORTO, CHIESTO IL RISARCIMENTO

Risarcimento milionario, oltre mezzo milione di euro, quello chiesto dai genitori del piccolo Christian Bertoni, morto all’ Ospedale Unico “Versilia” il 14 ottobre del 2008. La Asl 12, il primario di Ostetricia e Ginecologia Giampaolo Cima, il ginecologo Massimo Ciaponi e le ostetriche Franca Squillace e Cinzia Macchitella sono stati citati in giudizio davanti al giudice civile del tribunale di Viareggio Enrico Francesco Fontanini, e la prima udienza è stata fissata per il 17 maggio prossimo.

La vicenda

Tina Lauritzen e il marito Francesco Bertoni, genitori del bambino deceduto alla nascita nell’ottobre nero del “Versilia, quando in due settimane morirono tre neonati, si erano rivolti qualche mese fa allo studio legale dell’avvocato Fabrizio Miracolo rimettendo il mandato al legale che li aveva seguiti fin dall’inizio della tragica vicenda, conclusasi penalmente con l’archiviazione.

La causa civile

Unica via, a questo punto, per avere giustizia quella di una causa civile, anche sulla base di una perizia che gli avvocati Fabrizio Miracolo e Antonietta Montano, hanno fatto eseguire dal professore Gianpaolo Palla, primario del reperto di Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale di Viterbo.

Le condizioni della madre

La madre del neonato morto era affetta da una forma di diabete e rientrava nella categoria ad alto rischio tale, si legge nell’atto di citazione, da necessitare di un’assistenza effettuata da personale sanitario adeguato. E, aver assistito la donna in un punto nascita accreditato dalla Regione Toscana al II livello assistenziale anziché in un punto nascita di III livello – “unico livello assistenziale accreditato per l’assistenza alla gravidanza ed al neonato ad alto rischio” -, è secondo i due legali “una colpa per imprudenza”. “I genitori non sono stati informati dell’inadeguatezza della struttura , il “Versilia”, dove la nostra assistita è stata ricoverata – hanno affermato gli avvocati Miracolo e Montano -, e si può sostenere senza ombra di dubbio che il dottor Cima ha contravvenuto al suo dovere di garanzia nei confronti della paziente”.

Il cesareo

La partoriente, in pieno travaglio, era stata sottoposta a taglio cesareo d’urgenza solo dopo che a un successivo monitoraggio erano state rilevate anomalie al battito cardiaco. “Ma ormai era troppo tardi, il battito del neonato era assente e dopo 10 minuti di tentativi di rianimazione le pratiche furono sospese – precisa Miracolo -, e dimostreremo in aula che non sono stati soddisfatti i parametri richiesti sia dalla letteratura medica che dalle Linee Guida dell’Agenzia dei Servizi Sanitari Regionali”. “L’induzione al travaglio è perlomeno discutibile – spiega l’avvocato -, la gravidanza ad alto rischio per diabete di tipo 1, in una donna come la mia cliente primipara, presenta l’indicazione di procedere al taglio cesareo elettivo, senza contare che la paziente non è stata nemmeno sottoposta al monitoraggio cardiotocografico continuo, che è invece obbligatorio”.

La richiesta di condanna in solido

La richiesta di condanna in solido al risarcimento danni di 550,500 euro per Asl 12, il primario Giampaolo Cima, il collega Massimo Ciaponi e le due ostetriche Franca Squillace e Cinzia Macchitella va di pari passo con la richiesta di accertamento e dichiarazione della responsabilità contrattauale, ed extracontrattuale, del personale medico e paramedico che ha assistito la partoriente durante il travaglio e il parto, “per tutte le omissioni che hanno causato la morte del neonato”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)


Published in: on febbraio 16, 2011 at 9:00 am  Lascia un commento  
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“DOVE SONO I GIOIELLI DI FAMIGLIA?”, DAVID PAOLINI ALLE TELECAMERE DI RAITRE “REMORINI INDOSSA UNA COLLANA CHE ERA DI MIO PADRE”. I FIGLI E NIPOTI DELLE DUE DONNE SCOMPARSE HANNO PRESENTATO UNA LISTA AI CARABINIERI

La collana con il crocifisso che lo “zio” Massimo porta al collo era di mio padre”. David Paolini, figlio e nipote delle due donne scomparse, piange a dirotto davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto?” durante la puntata andata in onda mercoledi. Prima di morire gliel’aveva lasciata. Non sa se sia stata la mamma a darla a Remorini, ma ricorda benissimo che Velia la teneva custodita in un cofanetto dentro a un cassetto del comò. Assieme ad altri gioielli di famiglia. Monili che sarebbero spariti nel nulla, e dei quali Sabrina Paolini ha fatto un inventario dettagliato ai carabinieri e agli avvocati Alberto e Francesco Consani: molti erano regali di fidanzamento del marito morto, come il piccolo cuore con la scritta “divisi ma uniti”, altri regali di natale. Chi li ha presi? Dove sono? Due domande che si aggiungono a quella di dove siano finite le donne scomparse ormai da mesi dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago. La Procura di Lucca ormai le ritiene entrambe morte e i carabinieri del Reparto Subacquei di Genova continuano a scandagliare il Massaciuccoli, dove secondo alcune “soffiate” sarebbero stati gettati i corpi senza vita di Maddalena Semeraro e di Claudia Velia Carmazzi. Una ricerca difficile, se non addirittura impossibile, quella portata avanti dai militari dell’Arma, vista la vastità del lago e del padule e la melmosità delle acque. A quanto afferma l’unico indagato, lo “zio” Massimo Remorini – del quale, come affermano David, i parenti e gli amici delle scomparse, Velia sarebbe stata “follemente innamorata” -, contro il quale il PM Sara Polino titolare del fascicolo di inchiesta ha ipotizzato i reati di sequestro di persona e circonvenzione di incapace, le due donne sarebbero andate via dal campo volontariamente, con le proprie gambe. Velia intorno al 10 di agosto, come dichiarato dallo stesso alle telecamere del noto programma della Rai, e sua madre Maddalena circa un mese dopo. Ma c’è chi, come Donatella Raffaelli, ha testimoniato di aver visto Maddalena il 16 settembre “sdraiata su un materasso, inerme, come in stato comatoso”.

Il volto di Claudia Velia, nella foto scattata dal telefonino del figlio David Paolini pochi mesi prima della sua scomparsa dal “campo degli orrori” dove la stessa era finita a vivere con la madre 80enne in due ruolotte dopo la vendita delle loro due case di Viareggio e Torre del Lago, è l’immagine dello stato di indigenza dove era sprofondata: “quando l’ho vista ho stentato a riconoscerla – sono state ieri mattina le parole della figlia Sabrina. Sulle case, acquistate dalla famiglia dell’avvocato Giunio Massa, e svuotate persino degli infissi che sono stati ritrovati in una casa a Capannori che Remorini stava ristrutturando, la Procura ha intanto ordinato una perizia, per stabilire se ci sia stato un indebito arricchimento dalla vendita. Un giallo ancora irrisolto, quello di Torre del Lago, anche se la svolta alle indagini potrebbe essere vicina. Un fitto mistero al quale si aggiungono i casi delle due donne, Raffaella Villa e Antonella Olinti, entrambe vedove, che sarebbero state “raggirate” da Massimo Remorini con la promessa di una vita insieme. “Le loro storie, forse, se Maddalena e Velia non fossero sparite, sarebbero rimaste in silenzio – ha precisato il loro avvocato Fabrizio Miracolo. “Mi chiedo – ha aggiunto il legale -, visto che alla Procura è noto che madre e figlia vivessero come recluse in uno stato di totale indigenza, cosa serva di più perchè non si possa parlare di allarme sociale e non si prendano provvedimenti”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

“IO, TRUFFATA, STO PAGANDO I SUOI DEBITI”, SPUNTA UNA NUOVA TESTIMONIANZA

Mi sono fidata di lui, mi diceva che si era innamorato di me e ne sto ancora pagando le conseguenze”. Ad arricchire il giallo di Maddalena Semeraro e sua figlia Claudia Velia Carmazzi scomparse dal terreno di via dei Lecci a Torre del Lago, spunta un’altra donna che afferma di essere stata raggirata da Massimo Remorini, per ora unico iscritto nel Registro degli Indagati per sequestro di persona e circonvenzione di incapace: Antonella Olinti, 50 anni ancora da compiere, pisana di nascita e residente a Camaiore, ausiliaria in forza al reparto dei servizi guardaroba dell’Ospedale Unico “Versilia” ha deciso di raccontare la sua storia. “Conobbi Remorini molti anni fa, durante un suo ricovero al vecchio ospedale di Camaiore – ricorda la donna, assunta come categoria protetta – e tra noi nacque subito un’amicizia, poi ci siamo persi di vista per un pò fino a quando lo rincontrai per caso all’ospedale nuovo di Lido di Camaiore e riprendemmo il rapporto interrotto”. La loro amicizia, a quanto racconta Antonella, divenne man mano più stretta fino a quando, intorno al 2004, circa un anno prima che suo marito morisse di cancro, Remorini le confessa di essersi innamorato di lei: “ mi propose di andare a vivere insieme, di prendere un appartamento e una macchina per andare a giro – ha precisato -, e dal momento che lui non aveva busta paga e io si mi chiese di mettere due firme a garanzia per fare due finanziamenti”. Nonostante che le sue tre zie l’avessero messa in guardia Antonella non sente storie e va avanti per la sua strada: “tornassi indietro non lo farei, non mi aveva nemmeno detto di essere sposato, dopo le prime rate pagate Massimo è sparito, non l’ho più visto, così come non ho mai visto né la casa dove saremmo dovuti andare a vivere insieme né l’auto e sto ancora pagando io per lui”. Un debito è ormai estinto, l’altro, con cessione del quinto dello stipendio, gli viene detratto mensilmente dal suo stipendio, e ne avrà fino al 2024. “Remorini ha anche fatto una firma falsa su un documento – aggiunge Antonella – e per questo l’ho denunciato, poi sono iniziate le minacce”. Una storia lontana nel tempo la sua, che la donna ha deciso di rendere pubblica solo oggi, dopo aver letto sui giornali e visto in tv la vicenda delle due donne recluse nel “campo degli orrori”, e delle quali non si ha più notizia “Ero innamorata, e debole, e Massimo Remorini si è approfittato di me – si sfoga -, rivelandosi una persona da tenere lontano. Faccio un appello a tutti, state attenti io ci ho rimesso 32mila euro”. Cifra che l’avvocato Fabrizio Miracolo, al cui studio Antonella Olinti si è rivolta ieri pomeriggio, conta di farle recuperare mentre l’altra sua assistita, Raffaella Villa, che ha venduto la sua abitazione in via Pisacane alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa per 228mila euro con l’intermediazione di Remorini, ha chiesto si essere ascoltata dal PM Sara Polino per rendere altre dichiarazioni, aggiungendo particolari che, secondo il parere del legale, “non sono di poca importanza”. Remorini infatti, a detta di Raffaella Villa, le avrebbe fatto firmare un atto privato con il quale le garantiva – dopo l’estinzione del mutuo sulla sua casa e la vendita – una permuta con una delle case delle due scomparse – “case non sue, e già acquistate dai Massa, come dimostrano i vari rogiti” -, proposto di partire con lei per un viaggio segreto a Como senza dire nulla a nessuno, nemmeno ai suoi figli, e presentandosi i primi di settembre ferito ad una mano e zoppicante.

“Ieri mattina ho depositato in Procura un’istanza di sequestro preventivo dell’abitazione – ha spiegato Miracolo -, si palesano infatti gravi motivi perchè la casa di Raffaella non rimanga nella disponibilità di nessuno se non delle Autorità Giudiziarie, e ho richiesto alla banca di conoscere il nome del richiedente l’emissione degli assegni circolari, per capire i ruoli di Giunio Massa e suo figlio Andrea”. Mentre si attendono i movimenti bancari, “sono troppi gli ammanchi avvenuti sul conto corrente di Raffaella – prosciugato dal 24 maggio al 30 giugno 2010 -, con la maggior parte delle operazioni di prelievo disconosciute dalla stessa ed effettuate ad Altopascio, Porcari e Segromigno e 4 bancomat cambiati”. “ Il quadro indiziario è tale da farmi affermare che la mia assistita è vittima di una vera e propria truffa, o di altro disegno criminoso – sono state le parole del legale -, ancora non abbiamo impugnato la compravendita ma Raffaella Villa si è già costituita parte offesa”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on gennaio 6, 2011 at 11:00 am  Lascia un commento  
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SCOMPARSE, C’E’ LA PISTA DELLE CASE

Ombre su ombre, case vendute e soldi spariti. Misteri che si aggiungono a misteri, come scatole cinesi, o matrioske. E il giallo delle due donne scomparse nel nulla ormai da quattro mesi, Maddalena Semeraro e sua figlia Claudia Velia Carmazzi, si intreccia inevitabilmente con la storia di Raffaella Villa, la 42enne comasca con una casa in via Pisacane, zona Marco Polo, venduta alla famiglia dell’avvocato Giunio Massa.

La donna, che da ieri ha revocato il mandato al legale Cristiano Baroni affidando la sua vicenda allo studio dell’avvocato Fabrizio Miracolo, il 24 maggio scorso – con rogito firmato negli uffici della BNL di via Mazzini dinanzi al notaio Marco Marvaso – ha infatti ceduto la sua abitazione ad Andrea Massa e Gabriella Loggini, figlio e moglie del libero professionista viareggino protagonista anche dell’acquisto delle due case di via della Caserma a Torre del Lago e di via Macchiavelli a Viareggio di proprietà delle due scomparse. “Remorini, che le fu presentato dal suo ex, iniziò ad interessarsi a Raffaella, invitandola spesso a cena, e poi della sua casa – ha precisato Miracolo -, poi a fine 2009 è stato stipulato un preliminare di vendita – ma il nome dello “zio” non compare -, regolarmente trascritto e registrato, con un prezzo di vendita stabilito in 228mila euro”. Somma pagata, in fase di rogito, con vari assegni circolari intestati alla parte venditrice, e uno di 100.202,38 a favore della Unicredit Banca di Roma spa, ad estinzione delle passività gravanti sulla casa per un residuo mutuo. Ma i soldi, come denunciato da Raffaella Villa, sarebbero misteriosamente spariti dal suo conto corrente nell’arco di pochi mesi. ”Ho inoltrato richiesta scritta per avere tutta la documentazione bancaria – ha precisato ieri l’avvocato Miracolo -, e nello specifico tutte le distinte di versamenti e prelievi, e eventuali deleghe per operare sul conto: a quanto riferitomi dalla cliente pare infatti che siano stati effettuati movimenti a sportelli di Altopascio e Capannori, dove la mia assistita non è mai andata”. Dal 31 dicembre del 2009 fino al 30 settembre di quest’anno sarebbero stati prelevati oltre 85mila euro, e il conto sarebbe prosciugato – da chi? -, tanto da risultare sotto di 3.494,67 euro. Lo “zio” Remorini le avrebbe proposto anche di comprare la casa di via Macchiavelli, già acquistata dalla famiglia Massa, ma l’affare non andò mai in porto. “Raffaella, senza luce, gas e acqua, rimase a vivere nell’appartamento di via Pisacane, svuotato di tutti i mobili, tranne un pianoforte: libreria, cucina, camera, quadri di valore e argenteria sarebbero stati portati nel terreno discarica dove Maddalena Semeraro e Claudia Velia Carmazzi vivevano in due roulotte”. La donna avrebbe dormito in terra, in un sacco a pelo, fino a quando l’avvocato Massa le avrebbe trovato alloggio in un albergo, il Piccolo Hotel, dove Raffaella attualmente vive. “La mia assistita ha già riferito tutto ai Carabinieri, e confido nell’operato della Procura – ha affermato Miracolo -, ora aspettiamo solo il rientro dalle ferie del PM Sara Polino per conferire direttamente con lei”. Vicini a una svolta? Forse ad anno nuovo. Fonti più che attendibili riferiscono infatti di nuovi indizi, o forse prove, che potrebbero portare a sviluppi inaspettati.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on dicembre 31, 2010 at 3:30 pm  Lascia un commento  
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