MARINA, CERRAI COI LOCALI

Polemiche a non finire dopo il sequestro di Mamamia e Stupida, i due locali gay della marina di Torre del Lago, e l’iscrizione nel registro degli indagati dei rispettivi titolari Alessio De Giorgi e Marco Salvadori. Il primo a scendere in campo il direttore della Confesercenti Versilia Alessandro Cerrai: “L’esperienza positiva rappresentata dai locali della Marina di Torre del Lago, uno degli elementi di innovazione e di attrattività del nostro sistema turistico, negli ultimi anni, non può essere annullata, con la chiusura di due dei locali simbolo di quel territorio e della comunità omosessuale”, scrive Cerrai, “con i Piani di gestione del Parco, negli scorsi anni, è stato possibile, recuperando dal degrado una intera area, dare certezze ed opportunità alle tante imprese turistiche e commerciali, delineando due Marine riqualificate, con numerose attività, sia a Torre del Lago, sia sulla Marina di Levante. Da questa esperienza non si può tornare indietro, dopo che gli imprenditori hanno investito centinaia di migliaia di euro nelle loro attività, ed hanno creato, certo con limiti e difetti, un sistema turistico, rilanciando una immagine, appannata da anni, di Viareggio, città del divertimento, per  giovani e meno giovani. La proposta che avanziamo nuovamente è quella di una diversa e nuova riperimetrazione dei confini del Parco, escludendone le strisce di territorio delle due Marine, dove si trovano i locali e gli stabilimenti balneari e dove si circola con la macchina. Questo in ragione delle caratteristiche di questa porzione di territorio, che in particolar modo nel periodo estivo, sia di giorno che di notte, vede l’afflusso di migliaia di auto e di un gran numero di visitatori, e dove non vi sono elementi naturali di pregio da tutelare. Insieme a questo si deve definire un progetto di valorizzazione delle aree del Parco circostanti, coinvolgendo e dando un ruolo, nella pulizia, nella cura dell’ambiente, agli stessi gestori dei locali e disegnando un nuovo sistema di mobilità, che riduca anche l’accesso delle auto. In questo progetto, per dargli gambe, Comune di Viareggio e Parco devono investire adeguate risorse economiche, per non lasciare più un territorio che fa parte del Parco, in condizioni di degrado e abbandono. E’ questa la proposta che come Confesercenti, avanzeremo alla Regione Toscana, e al tempo stesso, proprio perchè riteniamo che il Parco, oltre che elemento di salvaguardia, possa essere anche occasione di sviluppo di un territorio, ribadiamo la nostra contrarietà a proposte, che ormai sappiamo impraticabili e nefaste, di una apertura al traffico delle auto, del lembo di vialone che divide Torre del Lago dalla Darsena”. Mentre il Consorzio Friendly ha scritto a Regione, Provincia, sindaco, politici toscani e prefetto per richiedere urgentemente un tavolo: “Vogliamo comprendere se la nostra esperienza ha un qualche futuro, specie alla luce delle importanti affermazioni contenute nell’atto emanato dal Tribunale di Lucca, che dichiara di fatto incompatibili le attività ricreative sviluppate da dodici anni a questa parte dai nostri aderenti con le norme attualmente in vigore nell’Ente Parco e comprendere se lo slogan “Toscana accogliente”, con tutte le parole spese in questi anni di sostegno al turismo gay-friendly che si è sviluppato nel nostro territorio, possano essere tradotte in opportuni atti legislativi o in un adeguamento delle norme che regolano l’Ente Parco. Diversamente, è chiaro che la nostra esperienza debba avere fine e che, probabilmente, anche questo stesso Consorzio non abbia più alcun senso di esistere”. Ma le indagini della Procura non si fermano: per il momento le ipotesi di reato sono esercizio di attività vietate – di fatto di discoteca – che compromettevano la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati, in particolare flora e fauna protette e rispettivi habitat, disturbo e danneggiamento ripetuto nei confronti delle specie animali presenti all’interno del Parco tramite emissioni luminose e sonore comunque superiori ai limiti provenienti dagli avventori e soprattutto dagli impianti collocati all’interno e all’esterno dei locali, l’aver destinato all’attività di spettacolo, musica e ballo la terrazza superiore e l’area interna dei locali prive di agibilità e l’area esterna non di pertinenza con conseguente sforamento della capienza stabilita nelle licenze, 84 persone per il Mamamia e 72 per lo Stupid!A, la violazione alla legge 394 del ’91, musica in area Parco senza preventivo nulla osta e, sempre secondo l’accusa, i titolari avrebbero anche attestato il falso: ”dichiarava falsamente nella dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà al personale del comune di Viareggio di aver provveduto all’adeguamento degli impianti di amplificazione sonora nel rispetto della delibera 30 del consiglio comunale del 25 maggio 2011, dotandosi, contrariamente al vero, di impianti in grado di contenere l’emissione sonora entro i limiti del locale e sue pertinenze”. Sotto sequestro sono finiti i locali, i terrazzi, le pertinenze esterne, gli impianti luce, stereo e di amplificazione, e gli amplificatori del suono collocati sia all’interno che all’esterno. “In data 2 luglio 2004 il presidente del Parco scriveva ai sindaci dei comuni interessati – aggiunge il pm – inviando un parere dal quale si evinceva in maniera inequivocabile che le licenze per trattenimenti danzanti dovevano essere obbligatoriamente oggetto di nulla osta”. Che a quanto pare non c’è mai stato. “Risulta – aggiunge la Procura – che il 23 ottobre 2002 e il 3 agosto 2004 il direttore dell’Ente Parco chiedeva al sindaco di Viareggio di revocare tutte le autorizzazioni difformi dal Piano di Gestione e in particolare le autorizzazioni ex articolo 68 Tulps dei locali Mamamia e Bocachica, attuale Stupid!A”. Revoca che non è mai stata disposta. La mole di carteggi che “non potevano e non dovevano essere ignorati” è agli atti nel fascicolo del pm e sono probabili nuovi provvedimenti a carico dei concorrenti nei reati “non ancora identificati”. Salteranno delle teste? Ancora è presto per dirlo.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

SIGILLI AI LOCALI, LEVA DI SCUDI DI PD E IDV: “DURO COLPO AL TURISMO OMOSESSUALE”

Levata di scudi per i sigilli ai due locali cult della movida gay anche da parte della politica di sinistra: “Il sequestro dei locali della marina di Torre del Lago pare davvero l’ultimo atto di un attacco  alle attività della marina di Torre del Lago – scrive il Pd -, noi riteniamo che le regole vadano rispettate, e in questo la magistratura adempie ai propri doveri, ma sono le regole che non vanno: non possono essere cervellotiche e devono soprattutto essere al servizio degli interessi dei cittadini”. “Il sindaco – prosegue la nota – invece delle solite sparate a cui ci ha abituati su tutti i temi dal casinò a miss Italia, perché non si preoccupa di tutte le soluzioni possibili in un fruttuoso rapporto con i gestori dei locali e il Parco per rendere possibile il proseguimento di attività di svago che sono presenti sulla marina? Non può l’amministrazione dimenticare che il turismo della notte da direttamente e indirettamente lavoro ad alcune centinaia di persone un’attività imprenditoriale compatibilmente con gli interessi ambientali e dei residenti della zona”. Mentre l’IdV scrive di “un duro colpo al turismo omosessuale”: “Non mettiamo in discussione le verifiche effettuate, ma l’accanimento verso certi locali rispetto ad altri. I locali della movida omosessuale sono in zone non abitate e certamente non disturbano il quieto vivere dei cittadini versiliesi”, è il commento di Alessandro Cresci, Responsabile del Dipartimento Diritti civili Idv Toscana, in merito al sequestro penale preventivo disposto dal Gip di Lucca Alessandro Dal Torrione su richiesta del Pm Antonio Mariotti, ha messo i sigilli a due storici locali gay di Torre del Lago, ‘Stupida’ e ‘MamaMia’. “Noi di Italia dei Valori vogliamo fare chiarezza sulla vicenda – aggiunge il politico – questo ci sembra  una strategia per creare difficoltà a quei locali storici che hanno fatto della Toscana meta internazionale del turismo omosessuale. I regolamenti andrebbero fatti rispettare a tutti i locali e non usarli per tarpare le ali ancora una volta a una risorsa importante per tutta la Toscana”. “Non vorremmo pensare – aggiunge Lara Fiorini, Coordinatrice provinciale Idv Lucca – che all’amministrazione di centro destra dia più fastidio la presenza di omosessuali in Versilia che non il rumore della musica. Noi di Italia dei Valori ci batteremo in ogni luogo affinché non esistano locali di serie A e serie B come invece vorrebbero certe amministrazioni che considerano i cittadini diversi in base al loro orientamento sessuale”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia) 

Published in: on ottobre 25, 2011 at 8:20 am  Lascia un commento  
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LA PROCURA: “REMORINI DEVE RESTARE IN CARCERE”. GLI AVVOCATI DELLA DIFESA: “SIAMO ALLIBITI”

La Procura all’attacco: “Massimo Remorini deve rimanere in carcere”. Allibita la difesa. La vicenda di Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro, le due donne scomparse dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago ormai da un anno, torna a tenere banco. Il Pubblico Ministero ha infatti presentato richiesta di proroga della custodia cautelare. Il prossimo 20 agosto, lo “zio”, in carcere dallo scorso 21 febbraio, sarebbe dovuto uscire per decorrenza dei termini, sei mesi. Ma secondo la Procura sussistono tuttora le gravi esigenze cautelari già indicate nella richiesta antecedente che ne ha determinato l’arresto: “La particolare complessità delle indagini in corso – scrive il Pubblico Ministero – rende indispensabile il protrarsi della custodia”. Le motivazioni addotte dall’accusa sono principalmente due, dopo le richieste del Pm del 13 giugno: l’esigenza di procedere all’esame di Francesco Tureddi, coindagato nell’inchiesta, alle luce delle dichiarazioni che lo stesso rese alla polizia giudiziaria lo stesso giorno dell’arresto di Massimo Remorini, e poi al Pm – ossia che le due donne sarebbero state uccise e poi bruciate in un bidone dell’olio che poi “Cecchino” avrebbe gettato via in un cassonetto, mentre lo “zio”, assieme alla badante Maria Casentini, avrebbe fatto sparire i resti delle donne in dei sacchetti neri smaltiti non si sa dove. Nella richiesta di proroga di custodia cautelare la Procura evidenzia che i “timori” di Francesco Tureddi, espressi più volte, “potrebbero essere aggravati dalla rimessione in libertà di Remorini, prima dell’espletamento dell’esame”. C’è poi un’altra motivazione, alla base della richiesta: quella che l’incidente probatorio è stato richiesto anche per espletare alcuni accertamenti su oggetti, un grembiule e un asciugamano, per i quali gli avvocati dello “zio”, Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno, hanno avanzato a suo tempo riserva di richiesta di incidente probatorio. “La richiesta della Procura ci lascia allibiti – hanno ribadito i due legali difensori -, dopo i due incidenti probatori da noi richiesti, il primo con David Paolini e il secondo con Francesco Marchetti eravamo certi che le indagini avrebbero preso tutt’altra direzione”. “Il figlio e nipote delle due scomparse cadde in numerose contraddizioni – ricorda l’avvocato Giorgio Paolini -, mentre il marito di Velia ha svelato particolari interessanti sulla vita familiare delle due donne e del ragazzo”. La decisione sulla richiesta di proroga della misura cautelare avanzata dalla Procura spetta al Giudice per le Indagini Preliminari Marcella Spadaricci, alla quale i difensori di Remorini hanno già consegnato ieri mattina una copiosa e dettagliata memoria difensiva. Nel caso che il Gip non accolga la richiesta della Procura il Pm, in via subordinata, ha chiesto che venga disposto per lo “zio” il divieto di espatrio, il divieto di dimora a Viareggio, o frazioni, e l’obbligo di presentarsi tutti i giorni alla polizia giudiziaria del luogo dove lo stesso fissasse il domicilio una volta scarcerato.

Le figlie e la moglie: “Massimo è innocente”

Allibita della richiesta di proroga della misura cautelare anche la famiglia di Massimo Remorini. Ma con la speranza, che fino ad oggi non l’ha mai abbandonata, che la verità venga fuori. Prima o poi. “Nostro padre è innocente – a dirlo, e riscriverlo nuovamente su Face Book, sono le figlie Monica e Silvia. “Certo, se non sei un caso da salotti televisivi nessuno parla di te – affermano assieme alla madre Donatella -, per ora è stato dato ascolto solo a chi ha apostrofato nostro padre come il mostro del campo degli orrori, ma sono accuse senza prove. E il grande accusatore è un uomo conosciuto nel reparto psichiatrico del “Versilia” come paziente con disturbi della personalità”. “Nostro padre è in cella da sei mesi solo per indizi – aggiungono – e accuse fatte da persone che al momento non sono mai state indagate”. E l’appello è lo stesso di un mese fa: “chi sa parli, vogliamo giustizia e tutela dalla legge”. Remorini dal giorno in cui è finito a San Giorgio è accusato di circonvenzione di incapace, appropriazione indebita, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e soppressione e distruzione di cadavere.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on agosto 13, 2011 at 9:50 am  Lascia un commento  
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I TRE CARABINIERI ARRESTATI OGGI DAL GIUDICE

Si terranno oggi a Lucca davanti al Gip Simone Silvestri gli interrogatori di garanzia dei tre militari dell’Arma arrestati venerdi scorso con l’accusa di favoreggiamento per “aver taciuto circostanze rilevanti ai fini dell’indagine” in merito all’omicidio di Stefano Romanini, avvenuto a Camaiore all’alba dell’8 febbraio. Sia l’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni, difensore del maresciallo Ciro Ionta e del brigadiere Gianluca Martignetti, entrambi agli arresti domiciliari, che gli avvocati Titano Marsili e Nunzia Castellano, legali dell’appuntato in pensione Ennio Iardella colpito dalla misura cautelare del carcere, prevedono di far avvalere i propri assistiti della facoltà di non rispondere, in attesa del rientro dalle ferie del Gip firmatario dell’ordinanza Giuseppe Pezzuti e di richiedere che i tre carabinieri vengano ascoltati dal Pm titolare del fascicolo di indagine. Da valutare le informative di Polizia Giudiziaria, ancora non in loro possesso, prima di presentare un’istanza al Tribunale del Riesame di Firenze. Dalle nove pagine di ordinanza di custodia cautelare emergono “gravi indizi di colpevolezza che si desumono dalle attività di indagine svolte dalla Squadra Mobile di Lucca e dal Commissariato di Viareggio, riassunte nelle informative del 23 maggio e 3 giugno”. Un omicidio, quello di Stefano Romanini, rimasto per ora senza un colpevole: “le indagini svolte – si legge infatti nell’ordinanza del Gip – non hanno consentito di identificare l’autore materiale e i mandanti dell’omicidio, e di fare piena luce sui moventi”. Anche se i sospetti, suffragati da alcune annotazioni ritrovate in un diario della vittima, si sono concentrati sul cugino Roberto Romanini. Da un’altra intercettazione – una telefonata del 16 febbraio tra il brigadiere Martignetti e un poliziotto in forza al Commissariato di Viareggio – si fa riferimento a un primo attentato (“la prima sparatoria che ha colpito solo la macchina”) e ad una confidenza fatta al brigadiere da Marco Romanini, fratello della vittima, secondo cui, si legge nell’atto del Gip, “Iardella sarebbe a conoscenza di particolari rilevanti sull’omicidio, che non rivelerebbe agli investigatori perchè ricattato da Roberto Romanini, il quale sarebbe in possesso di registrazioni compromettenti per lui”. Sempre secondo quanto riferisce Martignetti nelle conversazioni Iardella “ha manifestato dei sospetti su un certo Aurel, un rumeno alle dipendenze di Roberto Romanini”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

ROMANINI, ARRESTATI TRE CARABINIERI: AI DOMICILIARI IL MARESCIALLO DI CAMAIORE E UN BRIGADIERE, IN CELLA UN MILITARE IN PENSIONE. LA PROCURA LI ACCUSA DI FAVOREGGIAMENTO

Svolta, ieri mattina, nelle indagini sulla morte dell’imprenditore Stefano Romanini, ucciso in un agguato con 15 colpi di pistola davanti alla sua abitazione in via Battisti Camaiore l’8 febbraio scorso. Anche se il killer è per il momento ignoto. Arresti choc, e tzunami nell’Arma dei Carabinieri. A finire in manette sono stati due sottufficiali, il maresciallo comandante della stazione di Camaiore Ciro Ionta e il brigadiere Gianulca Marignetti, con l’accusa di favoreggiamento. Per gli inquirenti i due, che da ieri sono agli arresti domiciliari, avrebbero omesso di fornire elementi utili alle indagini condotte dal Commissariato di Polizia di Viareggio e dalla Squadra Mobile di Lucca. Elementi, secondo quanto emerge, di cui i due carabinieri sarebbero stati a conoscenza. Ennio Iardella, ex militare dell’Arma ora in pensione, è invece finito in carcere a San Giorgio anche lui accusato di favoreggiamento. I provvedimenti restrittivi sono stati disposti dal Giudice per le Indagini Preliminari Giuseppe Pezzuti, su richiesta della Pubblico Ministero Fabio Origlio. Per gli inquirenti, i due militari in servizio, e quello in congedo, avrebbero taciuto “circostanze rilevanti ai fini delle indagini, prima alla polizia giudiziaria e poi al Pm, aiutando l’autore del delitto ad eludere investigazioni dell’autorità per l’identificazione”. In particolare, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, “Iardella ha omesso di riferire quanto di sua conoscenza”. Ossia che “Stefano Romanini era vittima degli usurai e che nel 2010 la sua vettura era stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco e che il cugino sarebbe stato in possesso di foto che attestavano tale fatto”. Dalla famosa agenda di Stefano Romanini una sorta di diario posto sotto sequestro dall’Anticrimine, erano emerse alcune annotazioni: “la vittima temeva di poter essere uccisa dal cugino, o da altri che agisse per suo conto”. E, si legge nell’ordinanza, “si faceva anche riferimento al fatto che alcuni militari dei Carabinieri di Camaiore, tra cui Martignetti, nell’agenda indicato come Gianluca, e Iardella, nell’agenda indicato come Ennio, avevano rapporti stretti con Roberto Romanini”. I telefoni del comandante della Stazione di Camaiore, come quelli di Martignetti e Iardella sono così finiti sotto controllo. Dalle indagini, andate avanti per alcuni mesi, è anche emerso che “il militare in congedo, Ennio Iardella, aveva effettivamente rapporti molto stretti con Roberto Romanini, in passato fonte confidenziale, che lo teneva informato sulle investigazioni circa l’omicidio del cugino Stefano”. Chiamato per due volte in Questura, il 26 marzo e il 9 aprile scorsi, per essere ascoltato a sommarie informazioni Iardella “ha volontariamente omesso di riferire circostanze di estremo rilievo per fare luce sui possibili moventi dell’omicidio”. Anche se gli inquirenti devono alle intercettazioni, e alla deposizione del brigadiere Martignetti, avvenuta davanti al Pm il 9 maggio, la possibilità di essere risaliti a quanto accaduto nel giugno/luglio del 2010: “ Accompagnato da Iardella – racconta il brigadiere di Camaiore in Procura – Roberto Romanini chiese di incontrare il comandante Ionta, per poter denunciare il cugino Stefano, che a suo dire gli aveva truffato 200mila euro in contanti”. In quell’occasione venne fuori anche una storia di strozzini, appartenenti alla malavita, e che proprio per i debiti contratti aveva subito un attentato a colpi di pistola alla macchina. Sarebbe stato proprio in caserma che il cugino della vittima avrebbe parlato di fotografie che dimostravano l’attentato. Ma tutti questi fatti, Iardella li ha taciuti, e mai sono stati portati a conoscenza della Procura da parte dei Carabinieri di Camaiore, né prima né dopo l’omicidio. Secondo gli inquirenti esiste il pericolo di inquinamento delle prove, e sia il comandante, che il brigadiere che il carabiniere in pensione “sono a conoscenza di altri fatti di rilievo per le indagini sull’omicidio”. Se per i primi due, Ionta e Martignetti, è stata applicata la misura dei domiciliari presso le loro abitazioni, con il divieto di comunicare con terzi, esclusi i familiari e i legali, per l’altro, Iardella, anche in considerazione dell’intensità dei rapporti con Roberto Romanini, cugino della vittima della sparatoria a sangue freddo, il Gip ha deciso per il carcere.

L’accusa: “Hanno taciuto fatti importanti alla Procura”

L’agguato a sangue freddo, sotto casa, avvenne poco prima delle 7 di mattina dell’8 febbraio scorso. Una vera e propria esecuzione con quindici colpi di pistola. Un intero caricatore. Il killer, incappucciato e armato, lo aveva aspettato e quando l’imprenditore era uscito per dirigersi alla sua auto, una Golf grigia parcheggiata di fronte, aveva iniziato a sparare e per Stefano Romanini, imprenditore 46enne del settore delle escavazioni, non c’era stato niente da fare. Un fatto tra i più gravi, negli ultimi anni. Tutte le persone vicine, e le stesse forze di polizia, dal primo momento avevano sospettato che il mandate fosse il cugino Roberto e che, come scrive il Gip nella sua ordinanza, “il movente consistesse in un desiderio di vendetta perchè tra i due c’erano stati forti contrasti, oltre a minacce per ragioni connesse alla gestione finanziaria dell”azienda di escavazioni di cui i due erano soci”. E il sospetto fu ritrovato dalla Polizia in alcune frasi scritte nel diario della vittima, come l’annotazione di “un pressante interessamento del brigadiere Martignetti per avere informazioni sulla situazione economica della società e su presunte minacce che il militare aveva appreso da Roberto Romanini”. Fatto questo mai denunciato, nonostante la rilevante gravità dell’episodio. Ma le intercettazioni sono state basilari alla Procura nel fondare le richieste di misura cautelare per i due carabinieri e il militare in pensione: “Sussistono gravi indizi – scrive il Gip – che nella condotta omertosa abbiano concorso il comandante Ionta e il brigadiere Martignetti, che in due occasioni hanno esercitato pressioni su Iardella perchè questi non raccontasse tutto quanto a sua conoscenza alla Polizia di Stato, sincerandosi poi che effettivamente questo non fosse avvenuto”. E questo emerge, oltre che dalle dichiarazioni del brigadiere del 9 maggio, dalle intercettazioni telefoniche del 14 febbraio dopo che il comandante Ionta era stato sentito dal Pm.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

OCCHI PUNTATI SU DAVID, NELLA MEMORIA DIFENSIVA DEI LEGALI DELLO “ZIO” INTERROGATIVI SULLA VITA DEL RAGAZZO

Difesa scatenata, sul giallo delle donne scomparse, con nuove piste su cui indagare. Le richieste formulate nella memoria difensiva depositata ieri in Procura a Lucca dagli avvocati Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno parlano chiaro: i legali di Massimo Remorini, attualmente ancora in carcere a San Giorgio con le accuse di sequestro di persona, circonvenzione di incapace e sottrazione e distruzione di cadavere, vogliono sapere “per quale ragione, sebbene avesse una mamma, una nonna, una sorella maggiore e il marito della madre ( Francesco Marchetti, che sarà sentito davanti al Gip il prossimo 1 luglio ) David Paolini sia stato mandato in collegio e non tenuto in famiglia, con quale assiduità i parenti, e in particolare la madre, lo andavano a trovare, e la eventuale ricorrenza di gesti di violenza fisica e verbale del ragazzo nei confronti di Velia”. Ma le richieste investigative riguardano anche la condizione di vita dell’intero nucleo familiare prima dell’arrivo dello “zio”, le spese necessarie e voluttuarie effettuate prima e dopo la vendita delle due abitazioni, e in particolare l’acquisto di telefoni cellulari e i costi per il loro uso dal 2006 ad oggi oltre alle spese che Velia ha sostenuto per vivere in due pensioni, una a Viareggio e l’altra a Torre del Lago. “David – sostengono Paolini e Di Bugno – non può essere considerato parte offesa: aveva le chiavi, aveva libertà di movimento nel campo e non era maltrattato da Remorini”. Come confermato dallo stesso durante l’incidente probatorio dello scorso 13 maggio. “Senza contare che in quanto figlio e nipote – aggiungono i difensori dello “zio” – aveva l’obbligo di tutela della integrità fisica e psichica della mamma e della nonna. Perchè non è mai intervenuto ad impedire un crimine che si concretizzava davanti ai suoi occhi?”. Da quanto emerso durante la sua testimonianza, ricordano gli avvocati di Remorini, “la nonna abitava nella casetta di legno e David l’andava a trovare tutti i giorni, richiudendo lui stesso a chiave la porta di ingresso, tutte le mattine preparava la colazione ed erano lui e la mamma a cucinare il cibo all’anziana Maddalena”. “Risulta evidente – sottolinea la difesa – che il ragazzo concorre a limitare la libertà delle due donne, anche chiudendo a chiave il cancello di ingresso del campo. La sua posizione va affrontata diversamente e le sue contraddizioni emerse nel tempo circa le persone in possesso delle chiavi del campo e su quanto accaduto il 23 agosto, all’indomani del giorno che avrebbe visto la mamma come morta nella roulotte, non possono essere qualificate come “sbavature” di un testimone non particolarmente arguto”. Il fil rouge che unisce le variazioni ricostruttive di David, secondo i due avvocati, avrebbe come finalità la “conservazione della propria neutralità” nella vicenda”. “Nella memoria difensiva – aggiungono – abbiamo anche evidenziato che il rapporto del ragazzo con la madre era quello di un attaccamento non corrisposto, è la madre secondo la convinzione di David che disgrega la famiglia decidendo di vendere le case perchè ‘cotta’ di Remorini. E nel quadro di carattere psicologico abbiamo informato la Procura, sulla scorta di indagini difensive suggerite da immagini apparse su Facebook che abbiamo allegato, anche del fatto che la sera del 13 maggio, poche ore dopo che aveva dovuto rievocare pubblicamente la scomparse della mamma e della nonna, David è andato in discoteca non disdegnando di farsi immortalare con le stars di un locale gay del quale è assiduo frequentatore”.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

NEONATO MORTO, SI ALL’AUTOPSIA

Dopo l’esposto presentato dai genitori del bambino nato prematuro e deceduto dopo una settimana, la Procura della Repubblica di Lucca ha chiesto che sul corpo del piccolo venga eseguita l’autopsia. Il Pubblico Ministero Amodeo, titolare del fascicolo di inchiesta, dopo aver acquisito tramite i carabinieri del Lido di Camaiore le cartelle cliniche sia della mamma che del piccolo, inclusi tutti gli esami eseguiti durante il periodo di gestazione, ha iscritto nel Registro degli Indagati, come atto dovuto, tutta la equipe medica, e oggi conferirà l’incarico all’ anatomopatologo. Il neonato morto all’ Ospdale Unico “Versilia”, venuto alla luce alla trentunesima settimana con un peso inferiore ai due chili, sarebbe deceduto per “complicazioni respiratorie” e per una “improvvisa anemizzazione”. Cosi è scritto nel referto. Anche se, come riferito dal direttore sanitario dell’Asl 12 Antonio Latella, ci sarebbero stati anche problemi legati all’ Rh, con “incompatibilità tra madre e nascituro”. Le risposte ai dubbi, legittimi, sul decesso saranno risolti dall’esame autoptico. Anche l’ospedale, che ha avviato una indagine interna interpellando uno staff medico specialistico di Siena, vuole capire cosa sia realmente successo e ha nominato un proprio consulente per assistere agli accertamenti, per escludere che si siano verificate colpe, od omissioni, che abbiano portato al tragico evento. Anche se il piccolo era sottopeso, e venuto alla luce prima del tempo, al momento della nascita nulla faceva presagire quello che poi purtroppo è accaduto domenica scorsa, repentinamente nel tardo pomeriggio. La famiglia del piccolo, residente in un comune della Versilia, in queste ore sta vivendo un dramma senza fine. E babbo e mamma cercano una spiegazione sulla morte del loro figlio.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia) 

Published in: on giugno 22, 2011 at 8:15 am  Lascia un commento  
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“CECCHINO” TUREDDI SOTTO TORCHIO, LA PM POLINO CHIEDE L’INCIDENTE PROBATORIO, PERIZIE PSICHIATRICHE SU DAVID E LA VILLA E ANALISI SU TRACCE DI SANGUE TROVATE AL CAMPO

Ancora novità nel giallo delle due donne scomparse dal campo di Torre del Lago. Procura scatenata. Di pari passo con le indagini difensive dei legali di Massimo Remorini, che hanno richiesto di poter ascoltare il marito di Velia Carmazzi di fronte al gip Marcella Spadaricci, in contraddittorio con le parti, Sara Polino, il pubblico ministero titolare del fascicolo di inchiesta, ha depositato la sua richiesta di incidente probatorio, ritenendo indispensabile l’esame di Francesco Tureddi sui fatti dei quali a febbraio scorso ha già reso le proprie dichiarazioni sia nella caserma dei Carabinieri di Viareggio che nella stanza del magistrato inquirente. Dichiarazioni che “Cecchino” ha anche reso, sotto forma di intervista, alla stampa tutta, cartacea e televisiva. Francesco Tureddi, indagato per favoreggiamento, è chiamato a riferire all’udienza in Camera di Consiglio, la cui data non è ancora stata fissata, sulle condizioni di vita delle due donne quando erano al campo di via dei Lecci, circa l’omicidio e relativamente alla distruzione dei cadaveri di madre e figlia.
Ma la Procura non si ferma. E oltre alla richiesta di incidente probatorio per Tureddi ha chiesto che vengano sottoposti a perizia  psichiatrica sia David Paolini, figlio e nipote di Claudia Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro, sia Raffaella Villa, già visitata da Alessandro Meluzzi, parte offesa nel procedimento dopo la vendita del suo appartamento e la sparizione dal suo conto corrente dei soldi. Le due perizie sono ritenute dal Pm importantissime, in quanto volte ad accertare se il ragazzo e la donna “versino in uno stato di minorazione della sfera intellettiva e volitiva tale da privarli dal normale discernimento e potere critico”. Nel procedimento penale, infatti, a Massimo Remorini e all’avvocato Giunio Massa è contestato anche il reato di circonvenzione di incapace.
Ultima richiesta del Pm Sara Polino quella di periziare tracce di sangue ritrovate al campo dai Ris nei giorni di dicembre e un grembiule da cucina e un asciugamano posti sotto sequestro lo scorso 11 marzo.
Dall’esito delle prove richieste dalla Procura di Lucca  potrebbero emergere elementi fondamentali, per sostenere l’accusa. Cosi come anche per la difesa, a seconda dei risultati.
In attesa che il Giudice per le Indagini Preliminari fissi la data dell’incidente probatorio per Francesco Tureddi, e che vengano effettuate anche le perizie richieste, la prossima tappa è fissata il 1 luglio, quando alle 9.30 della mattina Francesco Marchetti, chiamato dalla difesa dello “zio”, sarà ascoltato per riferire quale marito di Claudia Velia, dei rapporti familiari con la donna, e con il figlio David, prima della loro separazione legale. 

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

Published in: on giugno 16, 2011 at 8:32 am  Lascia un commento  
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DONNE SCOMPARSE, LA BADANTE E’ LIBERA

Libera. Da ieri mattina Maria Casentini, la badante finita agli arresti domiciliari a seguito dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Marcella Spadaricci, potrà uscire di casa e muoversi liberamente come una comune cittadina. Unico obbligo per la donna, implicata nel giallo della scomparsa di Velia Claudia Carmazzi e Maddalena Semeraro, sarà quello di doversi presentare per la firma alla caserma dei Carabinieri di Massarosa per tre volte la settimana. Clamoroso successo quello raggiunto dal suo legale, avvocatessa Rita Donetti dello studio Ciniglio, che giovedì della scorsa settimana aveva depositato alla cancelleria del Giudice per le Indagini Preliminari un’istanza con la quale, dopo oltre tre mesi e mezzo di arresti domiciliari, è stata richiesta la revoca del provvedimento restrittivo inflittole. A parere del gip lucchese i tempi erano ormai maturi, non essendoci più né il pericolo di fuga  né  quello dell’inquinamento delle prove. Oltre al fatto che Maria Casentini è incensurata. La donna accudiva l’anziana Maddalena, ed è accusata dalla Procura, assieme a Massimo Remorini ancora in carcere a San Giorgio, dei reati di sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e soppressione e distruzione di cadavere in concorso. Nella vicenda del campo di Torre del Lago dove madre e figlia vivevano da tempo dopo la vendita delle loro abitazioni, in fase di indagine erano emerse responsabilità penali per Maria Casentini, amante di Remorini e badante dell’anziana Maddalena: secondo gli inquirenti la donna, che dovendo accudire la nonna di David aveva libero accesso al campo, avrebbe sempre cercato di fornire dichiarazioni preventivamente pianificate e concordate sia con Remorini che con Tureddi  al fine di creare un alibi, testimoniando che  Velia e Maddalena sarebbero vissute in buone condizioni. Sempre secondo l’accusa lo  “zio” con la badante Maria Casentini, complici dello stesso disegno criminale, sarebbero rei di maltrattamenti, per aver sistemato le due donne in un posto fatiscente, senza luce e senza acqua, chiudendocele dentro senza lasciar loro una chiave,  e di aver fatto sparire i cadaveri, distruggendoli. Intanto per il 1 luglio è atteso l’incidente probatorio di Francesco Marchetti richiesto dagli avvocati Paolini e Di Bugno, difensori di Massimo Remorini: il  marito di Velia dovrà rispondere dei rapporti tra David Paolini e la madre Velia, oltre che su altre circostanze familiari. La difesa dello “zio” è certa che dall’interrogatorio potranno emergere nuovi ed inquietanti scenari su questo giallo versiliese ancora senza soluzione.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

VIENE DIMESSA DALL’ OSPEDALE E MUORE

I medici del Pronto Soccorso le avevano appena detto che poteva tornare a casa, ma non ce l’ha fatta neppure ad uscire dall’Ospedale ed è morta. Un caso di malasanità? La domanda è d’obbligo. Sarà comunque la Procura di Lucca, che ha già aperto un fascicolo di indagine, a stabilire il perchè della morte di Maria Doretta Ricci, la 67enne di Camaiore conosciuta da tutti come “Dory” deceduta nella notte di ieri poco dopo le 22 subito dopo essere stata dimessa dal Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia”. I familiari, il marito Giovanni Vecoli, macellaio in pensione, e quattro figli, tre femmine e un maschio, l’avevano accompagnata al nosocomio versiliese nel primo pomeriggio, poco dopo le 14.30, dopo un malore avvenuto a casa – la donna a quanto riferito dalla famiglia ha accusato difficoltà respiratorie. Maria Doretta Ricci è stata prima visitata dai medici di turno in servizio al Pronto Soccorso, poi sottoposta ad accertamenti clinici – elettrocardiogramma, radiografia al torace e Tac – che, come ha spiegato il direttore sanitario del “Versilia” Antonio Latella, hanno evidenziato una leggera alterazione delle percentuali di anidride carbonica e ossigeno nel sangue. Sottoposta a terapie, e tenuta in osservazione per qualche ora, in tarda serata è stata dimessa. Ma un nuovo malore, nell’uscire dall’ospedale mentre attraversava la sala d’aspetto del Pronto Soccorso, nonostante l’immediato intervento dei sanitari, che hanno cercato di rianimarla, le è costato la vita. “Il quadro clinico era migliorato, così come la sintomatologia – ha spiegato il direttore sanitario Latella -, per questo i medici hanno deciso di dimetterla”. Ma mentre l’ospedale ha avviato una indagine interna, per valutare se il percorso clinico a cui e’ stata sottoposta la paziente sia stato corretto – sarà un gruppo di specialisti a verificare se l’ operato del personale del Pronto Soccorso e quello di altri medici e infermieri che hanno seguito Maria Doretta Ricci e’ avvenuto secondo i protocolli standard – i carabinieri della stazione di Lido di Camaiore intervenuti immediatamente al “Versilia” anche per placare gli animi dei familiari comprensibilmente alterati da quanto accaduto alla donna e i reparti speciali dei Nas di Livorno diretti dal capitano Gennaro Riccardi hanno posto sotto sequestro tutte le cartelle cliniche e messo a disposizione del Pubblico Ministero di Turno Salvatore Giannino tutta la documentazione sanitaria. ”Voglio sapere esattamente cosa e’ successo a mia madre che prima di ieri non aveva mai accusato patologie serie”. A parlare è una delle figlie di Maria Doretta Ricci – la famiglia gestisce insieme ad altri parenti il centro sportivo ”Lago Tenerii” a Camaiore ed e’ molto conosciuta -, “mia madre – ha aggiunto – ieri respirava male e abbiamo deciso di portarla in ospedale dove hanno eseguito gli accertamenti, poi, intorno alle 22 l’hanno dimessa, si e’ sentita male ed e’ morta. Non riesco a spiegarmi l’ accaduto”. Anche il cognato della donna morta chiede che venga fatta chiarezza: ”E’ impossibile credere che possa essere accaduta una cosa del genere – dice – ieri non sembrava che potesse esserci un epilogo del genere”. La famiglia ha già presentato un esposto, e la salma, di cui la Procura ha già disposto l’esame autoptico, è ora a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)