STUPRO SULLO YACHT, A GIUDIZIO IL VIOLENTATORE

Rito abbreviato, il 23 novembre, per J.H., il 39enne inglese accusato di violenza sessuale nei confronti di una connazionale poco più che ventenne. L’uomo, nell’agosto dello scorso anno, la stuprò fino all’alba, sottoponendola a terribili torture: fu una notte da incubo, durante la quale la ragazza fu violentata ripetutamente per ore, sotto minaccia, a bordo di un mega yacht ormeggiato a una banchina del porto di Viareggio. Dopo aver abusato della giovane costringendola a rapporti sessuali particolari, averle urinato addosso e fatto mangiare persino le sue feci, J.H. Si era poi dileguato, lasciando la sua vittima ferita e impaurita. Mesi addietro, davanti al sostituto procuratore Sara Polino e al giudice per le indagini preliminari Simone Silvestri, si era svolto, a porte chiuse, l’incidente probatorio e come aveva confermato il Pm la vittima aveva ripercorso tutti i momenti di quella terribile notte, confermando quanto messo a verbale la mattina successiva allo stupro nella caserma dei Carabinieri di Viareggio, dove si era recata dopo essere stata medicata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia” e sottoposta a visita ginecologica. Imbarcata su un panfilo battente bandiera inglese la ragazza, quella sera, aveva conosciuto il connazionale. Un incontro casuale, in un pub della Darsena, due chiacchiere e poi un invito a bere qualcosa insieme sullo yacht del quale, pur non essendo l’armatore, o il comandante, l’uomo aveva la disponibilità. Poi, appena saliti a bordo, era iniziato l’inferno. Sull’uomo, latitante, pendono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e un mandato di cattura internazionale.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)

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RITO ABBREVIATO PER FRANCESCO QUINCI, A NOVEMBRE DAL GUP

Rito abbreviato per Francesco Antonio Quinci, in carcere dallo scorso 8 gennaio e accusato di omicidio volontario aggravato, per aver ucciso la moglie Rajmonda Zefi e aver poi gettato il cadavere in un dirupo sopra Stazzema. La richiesta dei suoi legali, avvocati Carlo Alberto Antongiovanni e Giorgio Nicoletti, è infatti stata accolta e l’udienza davanti al Gup Giuseppe Pezzuti è stata fissata per il prossimo 9 novembre. “Da quanto emerge dalla perizia psichiatrica fatta dal professor Mario Di Fiorino, il primario di psichiatria del “Versilia”, ci sono sufficienti elementi perchè la capacità di intendere e volere al momento del fatto fosse gravemente scemata”, è con questa annotazione che si conclude la perizia di parte. “E’ probabile che il magistrato chieda una Ctu, e in questo caso – ha precisato l’avvocato Antongiovanni – il 9 novembre verrà fissata una ulteriore udienza per il giuramento del consulente della Procura”. L’uomo, dal carcere, sono mesi che si dichiara innocente e ripete “non l’ho uccisa, è stato un tragico incidente”. Nonostante i risultati dell’autopsia, che evidenziarono segni di strangolamento al collo. “Avevamo litigato, eravamo sulle scale, l’ho trattenuta, poi l’ho lasciata, è scivolata ed è morta sul colpo”. Una versione, questa, che ha ripetuto anche allo psichiatra, nella consapevolezza lucida di aver però occultato il corpo senza vita. “Contiamo sulla semi infermità mentale – ha spiegato il difensore. Ma Francesco Antonio Quinci rischia 30 anni di galera.

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SCADUTI I TERMINI, REMORINI SCARCERATO: FINE DEI SEI MESI DI CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE, IL GIP NON CONCEDE UNA PROROGA E L’UOMO PUO’ RIABBRACCIARE LA FAMIGLIA

Libero. Massimo Remorini, in carcere a San Giorgio dal 21 febbraio scorso a seguito della scomparsa dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago di Velia Claudia Carmazzi e di sua madre Maddalena Semeraro, è stato scarcerato ieri mattina. Uscito per decorrenza dei termini, sei mesi, nonostante la Procura avesse chiesto la proroga della misura cautelare. E’ stato il Gip Marcella Spada Ricci a firmare l’ordinanza per l’immediata liberazione. Accusato, dopo le dichiarazioni del figlio e nipote delle due donne David Paolini, di circonvenzione di incapace, appropriazione indebita, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia, soppressione e distruzione di cadavere, ed essendo ancora in corso le indagini, il Gip ha disposto per l’indagato l’obbligo di firma e il divieto di recarsi all’estero. Ma Remorini è comunque a casa sua, a Viareggio. Sono state le figlie Monica e Silvia e la moglie Donatella ad andarlo a prendere a Lucca.

Camicia e jeans, dimagrito, e provato dai sei mesi di cella, è sceso dall’auto e ha abbracciato i nipotini. Un’emozione forte. Gli occhi lucidi, qualche lacrima. Pallido e debole, prima di entrare nel portone e salire nel suo appartamento, si è seduto nel giardinetto davanti al palazzo e ha fumato una sigaretta, in libertà. Quella che per sei mesi non ha avuto. Sei mesi di silenzio, questa la scelta difensiva, con la voglia, ora, di parlare. “Nessuna intervista, ancora è presto”, si raccomandano però i suoi legali Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno.“Nostro padre è innocente”. Sono le figlie a parlare per lui. Lo hanno scritto per mesi su Face Book e ieri mattina lo hanno ripetuto a voce: “non è il mostro del campo degli orrori, sono accuse senza prove fatte da chi entra ed esce dal reparto psichiatrico del “Versilia” e da chi, fino ad oggi, non è mai stato indagato. Il tempo darà ragione al tempo, e siamo certe che la verità verrà fuori”. La Procura di Lucca aveva fatto istanza di proroga della misura cautelare per Massimo Remorini, respinta ieri dal giudice per le indagini preliminari. Le motivazioni addotte dall’accusa erano state sostanzialmente tre: l’esigenza di procedere all’esame di Francesco Tureddi, coindagato nell’inchiesta, alle luce delle dichiarazioni che lo stesso rese alla polizia giudiziaria il giorno dell’arresto dello “zio” e poi al Pm – ossia che le due donne sarebbero state uccise e poi bruciate in un bidone dell’olio che poi “Cecchino” avrebbe gettato via in un cassonetto, mentre lo “zio”, assieme alla badante Maria Casentini, avrebbe fatto sparire i resti delle donne in dei sacchetti neri smaltiti non si sa dove -, i “timori” espressi più volte dal Tureddi che potevano essere aggravati dalla rimessione in libertà di Remorini, e gli accertamenti ancora da eseguirsi su un grembiule e un asciugamano sequestrati a marzo, e sulle delle macchie di sangue rilevate al campo a dicembre dai Ris. Salvo disguidi – scrive il Gip nella sua ordinanza di scarcerazione di Remorini – al suo ufficio non sarebbe pervenuta alcuna richiesta di incidente probatorio di Francesco Tureddi. Inoltre, a prescindere che lo stesso è coindagato e ha già reso dichiarazioni non sempre compatibili tra loro e credibili, i “timori” manifestati da “Cecchino”, secondo la dottoressa Spada Ricci, sono generici e non legittimano la richiesta di proroga di carcerazione. Quanto agli oggetti sequestrati sui quali fare gli accertamenti nessun pericolo di inquinamento delle prove. La Procura si era appellata al disposto dell’articolo 305 del codice di procedura penale (“il pubblico ministero può chiedere la proroga dei termini di custodia cautelare che siano prossimi a scadere, quando sussistono gravi esigenze cautelari che, in rapporto ad accertamenti particolarmente complessi, o a nuove indagini disposte ai sensi dell’articolo 415-bis, comma 4, rendano indispensabile il protrarsi della custodia”) ma il Gip l’ha respinta, accogliendo le tesi della memoria difensiva depositata dagli avvocati di Massimo Remorini, non ravvedendo il nesso tra accertamenti complessi e gravi esigenze di custodia, e scarcerando lo “zio”. Vicini alla chiusura delle indagini? “Questo non lo sappiamo – risponde l’avvocato Paolini -, ma l’innocenza del nostro assistito la proveremo al processo. Del resto l’accusa di omicidio volontario nei confronti del nostro assistito è stata respinta ben tre volte, due dal Gip e una dal Tribunale del Riesame di Firenze”.”Nelle indagini – aggiunge la difesa -, che devono essere fatte a 360 gradi, non si può non tenere conto di quanto emerso dagli incidenti probatori chiesti da noi con il figlio e nipote delle due donne David Paolini, fino ad ora considerato parte offesa, e con Francesco Marchetti, il marito di Velia”. Le due donne sono scomparse un anno fa. Ma prove oggettive della loro morte non ci sono. Anche gli accertamenti dei reparti speciali dell’Arma sul cassonetto dove a detta di “Cecchino” sarebbe stato gettato il bidone dove le due donne sarebbero state bruciate non hanno dato riscontri tali da determinare la soluzione del giallo o accertare responsabilità specifiche di Remorini. Nella vicenda che tiene banco ormai da un anno sono iscritti nel Registro degli Indagati, a vario titolo, anche la badante Maria Casentini, Francesco Tureddi e l’avvocato Giunio Massa.

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STUPRO SULLO YACHT, SPUNTA UN VIDEO: MA IL GUP SI E’ RISERVATO DI DECIDERE SULL’AMMISSIBILITA’ DEL DOCUMENTO

Si è svolta ieri mattina davanti al Gup Giuseppe Pezzuti l’udienza preliminare per lo stupro di una ragazza inglese, avvenuto l’estate dello scorso anno a bordo di uno yacht ormeggiato nel porto di Viareggio. La difesa dell’imputato ancora latitante, sul quale pende un mandato di arresto internazionale, affidata all’avvocato Giovanni Battista Santini, ha depositato della documentazione (tra cui un video), e vista l’opposizione del Pm e la richiesta della parte offesa, costituitasi parte civile con il suo legale avvocato Graziano Maffei, di visionarla il Gup si è riservato sulla ammissibilità rinviando la sua decisione alla prossima udienza fissata per il 21 settembre. La violenza sessuale, cosi come denunciata dalla vittima, una ragazza inglese poco più che ventenne, durò una notte intera. Lui, l’orco, dopo aver abusato della giovane costringendola a rapporti sessuali particolari, averle urinato addosso e fatto mangiare persino le sue feci, si era poi dileguato. Lasciando la sua vittima ferita e impaurita. A gennaio, a porte chiuse, durante l’incidente probatorio, la ragazza aveva ripercorso tutti i momenti di quella terribile notte, confermando quanto messo a verbale la mattina successiva allo stupro nella caserma dei Carabinieri di Viareggio, dove si era recata dopo essere stata medicata al Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia” e sottoposta a visita ginecologica”. Imbarcata su un panfilo battente bandiera inglese la ragazza, quella sera, aveva conosciuto un connazionale di circa 40 anni. Un incontro casuale, in un pub della Darsena, due chiacchiere e poi un invito a bere qualcosa insieme sullo yacht del quale, pur non essendo l’armatore, o il comandante, l’uomo aveva la disponibilità. Poi, appena saliti a bordo, era iniziato l’inferno. In attesa che il Gup sciolga la riserva la difesa dell’imputato, sul quale oltre al mandato di cattura internazionale pende anche un’ordinanza di custodia cautelare, ha fatto richiesta di rito abbreviato condizionato all’ammissibilità di un proprio consulente tecnico di parte.

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“SETTE ANNI DI CARCERE PER L’EX SINDACO”, LA PESANTE RICHIESTA DEL PM PER MASSIMO MALLEGNI ALLA SBARRA CON ALTRI PERSONAGGI

Pene pesantissime quelle richieste dal Pm Salvatore Giannino per i sei imputati del maxi processo per corruzione che vede alla sbarra, tra i tanti imputati, l’ex sindaco della Piccola Atene. Con Mario Mallegni, il padre del sindaco Massimo Mallegni, come “mente” e il primo cittadino come “esecutore”, e il “palazzo” e i suoi dipendenti, dirigenti e funzionari usato per portare vantaggi economici al padre e a una cerchia di imprenditori a lui legati. Quasi due ore e mezzo di requisitoria, ieri al Tribunale di Lucca, e la richiesta di 8 anni per Mario Mallegni, 7 per il sindaco Massimo Mallegni, 5 e mezzo per l’ex assessore ai lavori pubblici Alfredo Benedetti, 2 anni e 9 mesi per Giuseppe Coluccini, per Marco e Franco Fantechi. Oltre ad altre richieste di condanna per i 20 imputati che, sotto vari aspetti, sono finiti nella maxi indagine. Unica assoluzione chiesta per un episodio di abuso d’ufficio che vedeva coinvolto l’allora sindaco di Pietrasanta con Adamo Bernardi, Dante Galli, Lucio Del Raso, Massimo Dalle Luche e Paola Marucci. Centinaia le intercettazioni telefoniche e tre Pm cambiati durante i tanti anni: l’indagine era infatti stata inziata da Domenico Manzione, al quale era subentrato Sergio Garofalo, sostituito poi da Salvatore Giannino. E ricostruire il puzzle non è stato facile, anche se per l’accusa è certo che si trattasse di “un’organizzazione che controllava la vita politica ed economica di Pietrasanta, con vessazioni, controlli, pressioni”. Secondo la Procura il controllo era quasi totale: dai divieti di sosta per avvantaggiare l’albergo del padre del sindaco ad altri fatti, ben più gravi, elencati uno per uno dal Pm. Il processo proseguirà il 23 settembre, quando la parola passerà alle parti civili e alla difesa, per le proprie repliche.

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Published in: on luglio 12, 2011 at 7:45 am  Lascia un commento  
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MOLESTAVA LA SUA EX, CONDANNATO STALKER

Ha chiesto scusa, promesso di non farlo mai più e ha patteggiato un anno e quattro mesi, pena sospesa, il giovane stalker viareggino, di soli 23 anni, denunciato dalla sua ex ragazza la scorsa estate. Alla vittima, che assistita dagli avvocati Cristiano Baroni e Daniele Nisini del Foro di Lucca si era costituita parte civile, il Gup Alessandro Dal Torrione ha attribuito una provvisionale di diecimila euro, condannando l’imputato anche alle spese legali di duemila euro. M.M., dopo che la storia era finita, aveva iniziato a cercare la ragazza insistentemente, molestandola con una serie di telefonate e messaggini sul cellulare, seguendola e minacciandola. Un incubo infinito, che ha portato la giovane a presentarsi negli uffici del Commissariato di Polizia di Viareggio e fare denuncia. Inizialmente ammonito, e diffidato dall’avvicinarsi alla ex, il 23enne era poi finito agli arresti domiciliari per ben due mesi, avendo proseguito nel suo stalking, tanto da arrivare persino a darle dei ceffoni e a imbrattare con delle bombolette spray i muri di casa della ragazza.

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“ABUSI SULLE FIGLIE GEMELLE”, PADRE FINISCE ALLA SBARRA CON LA PESANTE ACCUSA. LA SENTENZA A OTTOBRE

La sentenza è attesa per ottobre, dopo che all’udienza fissata per il 17 sarà ascoltato l’imputato, difeso dall’avvocato Eros Baldini, e sia il Pm che i legali esporranno le proprie conclusioni. Alla sbarra al tribunale di Lucca, un padre accusato di abusi sessuali sulle figlie gemelle. Una storia versiliese, un incubo iniziato quando le due figlie erano ancora bambine. Era stato il Gup, nel novembre 2008, ad accogliere la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Pm a seguito della denuncia presentata dalle gemelle non appena compiuta la maggiore età. L’uomo le avrebbe maltrattate, picchiandole abitualmente per futili motivi, con schiaffi, pugni e botte di ogni genere, a volte anche con la cinghia dei pantaloni e insultandole con epiteti di ogni genere. Arrivando a volte a minacciarle con un coltello da cucina. Il fatto ancor più grave, contestato al padre dalla Procura della Repubblica di Lucca, sono le violenze sessuali perpetrate per quasi dieci anni, da quando le due figlie frequentavano gli ultimi anni delle scuole elementari. L’uomo le avrebbe costrette con la forza, instaurando un clima di terrore nella famiglia fatto di minacce  di punizioni, a subire rapporti sessuali di varia natura, inizialmente toccandole nelle loro parti intime, poi costringendole a masturbarlo e ad avere con lui, separatamente, sia rapporti orali che rapporti completi. Le violenze, a quanto denunciato dalle figlie sarebbero avvenute sia dentro le mura domestiche, nel letto del padre, che durante le trasferte lavorative del padre, prevalentemente a Pontremoli e a La Spezia. Le figlie, che erano state sentite dal magistrato inquirente nel corso dell’udienza dell’incidente probatorio, avevano risposto durante un lungo ed estenuante interrogatorio a tutte le domande facendo emergere un contesto di vissuto familiare drammatico e alterato. Le indagini partirono circa un anno fa quando le due figlie, maggiorenni da qualche mese, scapparono di casa rifugiandosi presso una struttura protetta e denunciarono gli abusi subiti per dieci anni. Nel corso del processo sono stati sentiti circa trenta testimoni, per entrambe le parti. Parenti, amici, vicini di casa. Oltre ai colleghi dell’imputato. In attesa della sentenza, e da quando il processo è iniziato, al padre delle ragazze è stato imposto di vivere in un comune ligure, lontano da quello della residenza.

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SCOMPARSE, PARLA IL MARITO DI VELIA: I LEGALI “MARCHETTI HA RACCONTATO CHE LA DONNA DORMIVA NEL LETTO MATRIMONIALE COL IL FIGLIO GIA’ 16ENNE. REMORINI PORTATO DAL CARCERE IN TRIBUNALE

Esce sereno Massimo Remorini dal carcere di San Giorgio, e saluta sorridente i cronisti prima di salire sul blindato della Polizia Penitenziaria che lo porta in Tribunale per assistere all’incidente probatorio con Francesco Marchetti. E altrettanto serenamente ci rientra, dopo circa un’ora e mezzo. Nessuna dichiarazione, sono i suoi legali a parlare dopo l’interrogatorio a porte chiuse del marito di Velia Carmazzi davanti al Gip Marcella Spadaricci e il Pm Sara Polino: “Quello che è emerso dai racconti di Francesco Marchetti è un altro tassello importante nelle indagini sulla scomparsa delle due donne dal campo di Torre del Lago – così lo hanno definito gli avvocati Giorgio Paolini e Carlo Di Bugno. Chiamato a rispondere su circostanze considerate dalla difesa “basilari per l’inchiesta”, circa i rapporti familiari, l’attività lavorativa, gli studi, lo svago, le condizioni di salute, i rapporti sentimentali e le condizioni economiche, il marito di Velia è tornato indietro negli anni, riferendo in aula numerosi particolari: “ Marchetti ha raccontato che Velia dormiva nel letto matrimoniale con il figlio già 16enne, mandando il marito a dormire nella cameretta – raccontano gli avvocati – e questo delinea chiaramente un rapporto particolare, sui generis, tra il ragazzo e la propria madre. Fu lui a trovare il primo impiego a David, ma il giovane non aveva voglia di lavorare e dopo qualche giorno il titolare della impresa edile gli dette il ben servito”. Quanto al passato Francesco Marchetti ha ricordato i tempi in cui David Paolini, ancora bambino, fu messo in un istituto a Lucca: “Marchetti ha precisato davanti al Gip che Velia non è mai andato a trovarlo, era lui ogni quindici giorni ad andarlo a prendere in motorino per portarlo a casa a Viareggio”. Massimo Remorini, dal racconto del testimone, ha sempre fatto del bene, a tutti, e anche a Marchetti, aiutandolo ogni qualvolta Velia lo buttava fuori casa: “I litigi erano frequenti, spesso per motivi di alcol, ma anche per i soldi, la “mesata” del marito spariva in fretta, a quanto ha raccontato il Marchetti, perchè Velia spendeva molto. Soprattutto in telefoni cellulari”. “ Il marito di Velia e genero di Maddalena – hanno aggiunto gli avvocati Paolini e Di Bugno – ha anche escluso nel modo più assoluto che tra lo “zio” e la donna ci sia mai stata una relazione amorosa, sconfessando David che ha sempre raccontato di una cotta”. Lo “zio”, in cella dal 21 febbraio e accusato di maltrattamenti in famiglia, circonvenzione di incapace, sequestro di persona e distruzione e sottrazione di cadavere, appare dimagrito: “E’ provato dagli oltre quattro mesi dietro alle sbarre, e si sente abbandonato – spiegano gli avvocati -, ma ha fiducia nella giustizia, ed è certo che la verità verrà fuori”. Lui, Massimo Remorini, si è sempre dichiarato innocente. E allora chi è il colpevole in questo giallo ancora irrisolto di due donne svanite nel nulla e per il quale la Procura ha chiesto la proroga delle indagini? “Come mai non si è mai cercato l’uomo che ha portato vie le due donne dal campo?”, risponde Giorgio Paolini ponendo la domanda e aggiungendo che sia la Procura che la difesa proseguono nelle indagini. Di tutt’altro avviso l’avvocato Alberto Consani che tutela David Paolini, secondo il quale “quanto emerso dall’incidente probatorio è assolutamente irrilevante ai fini dell’inchiesta in corso”. Ma nei prossimi giorni ci potrebbero essere ulteriori novità. Le voci di radio carcere sono ricominciate…

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I TRE CARABINIERI SCELGONO DI NON RISPONDERE: MANCA IL GIP TITOLARE, “SCELTA TECNICA”. IARDELLA RESTA IN CARCERE, IONTA E MARTIGNETTI AGLI ARRESTI DOMICILIARI

Il giorno della verità è rimandato. All’interrogatorio di garanzia di ieri mattina i tre carabinieri arrestati venerdi della scorsa settimana e accusati dalla Procura di favoreggiamento, per aver taciuto circostanze rilevanti in merito all’indagine sull’omicidio di Stefano Romanini avvenuto l’8 febbraio a Camaiore, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’appuntato in pensione Ennio Iardella resta in carcere, e il comandante della stazione Ciro Ionta e il brigadiere Gianluca Martignetti agli arresti domiciliari. “Il Gip Giuseppe Pezzuti, firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare e il Pm titolare dell’inchiesta Fabio Origlio non erano presenti – hanno dichiarato all’uscita dell’istituto penitenziario gli avvocati Titano Marsili e Nunzia Castellano che assistono Iardella -, la nostra è stata semplicemente una scelta tecnica, e abbiamo deciso che il nostro cliente parli successivamente. L’interrogatorio di garanzia, che deve dare precise garanzie all’indagato, si sarebbe dovuto svolgere davanti al gip Simone Silvestri, che però non sarebbe stato in grado di rispondere alle nostre richieste”. “Lo abbiamo trovato provato – hanno aggiunto i due legali -, ma sereno e certo di poter provare la sua innocenza ed estraneità ai fatti contestatigli. Il prossimo passo sarà quello di acquisire tutti gli atti, e presentare istanza al Tribunale del Riesame di Firenze”. Sulla stessa linea la difesa del comandante della stazione di Camaiore e del brigadiere, affidata all’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni, e per il secondo da ieri anche all’avvocato Eros Baldini, i cui interrogatori si sono svolti nella stanza del Gip Silvestri al primo piano del Tribunale di via Galli Tassi. “Anche per noi la scelta di non farli rispondere era obbligata, vista l’assenza dei magistrati titolari dell’indagine – ha precisato Antongiovanni – e presenteremo a brevissimo una istanza al tribunale fiorentino. In mano, al momento, abbiamo solo l’ordinanza di custodia cautelare, dove ci sono solo alcuni stralci delle telefonate intercettate. Occorrerà valutare quanto contenuto nelle informative della Polizia Giudiziaria e nelle trascrizioni integrali delle intercettazioni. Dopo di che valuteremo se integrare l’istanza con una memoria difensiva”. “Certo è che– ha aggiunto l’avvocato Carlo Alberto Antongiovanni -, gli arresti sono stata una vera e propria mazzata tra capo e collo, ma i miei clienti sono oltremodo tranquilli di aver agito nel modo giusto”. Il fulmine a ciel sereno che ha colpito gli alti vertici dell’Arma ha coinvolto anche l’intera popolazione di Camaiore, rimasta sconcertata conoscendo e stimando i tre militari. Quelle che pesano come un macigno sono le intercettazioni riportate dal Gip nella sua ordinanza (“mi raccomando – dice il maresciallo Ionta al brigadiere Martignetti il 14 febbraio, a pochi giorni dall’omicidio -, di non parlare con nessuno, di non farti chiamare, di non parlare per telefono…che qua sennò…ci potremmo trovare in mezzo a delle situazioni”, mentre in quella del 26 marzo, dopo che il comandante chiede a Martignetti di informarsi su cosa abbia detto Iardella in Questura, questo lo rassicura : “non ha detto nulla, anche se l’hanno un po’ torchiato”). I fatti taciuti dai tre carabinieri si riferirebbero a quanto accaduto l’estate prima, quando cioè Stefano Romanini rimase vittima di un attentato alla sua jeep, colpita da proiettili, poi venduta e ritrovata in Sardegna dopo l’omicidio, e all’aver omesso di riferire la volontà di Roberto Romanini, che era andato alla caserma di Camaiore accompagnato da Iardella, di denunciare il cugino, ed ex socio, Stefano per una presunta truffa di oltre 200mila euro. “Ai miei clienti – ha sottolineato l’avvocato Antongiovanni – risulta che la denuncia fu presentata direttamente in Procura dai legali di Roberto Romanini”. La “colpa” attribuita ai tre militari dalla Procura è insomma quella di non aver informato gli inquirenti di quanto di loro conoscenza ma in attesa di esaminare tutte le carte, per ora secretate, i legali di tutti tre i carabinieri stanno predisponendo gli atti per il Tribunale della Libertà.

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DAVID SOTTO TORCHIO DAVANTI AL GIP, IL FIGLIO E NIPOTE DI VELIA E MADDALENA INTERROGATO DAGLI AVVOCATI DI REMORINI:” SI E’ CONTRADDETTO SU MOLTI PUNTI”

Finalmente David ha parlato”. Sono usciti dall’aula al piano terra del Tribunale di Lucca soddisfatti gli avvocati Giorgio Paolini e Carlo di Bugno. All’incidente probatorio richiesto dai difensori di Massimo Remorini, in carcere a San Giorgio dal 21 febbraio scorso con la pesante accusa di circonvenzione di incapace, sequestro di persona e distruzione di cadavere dopo la scomparsa di Velia Carmazzi e Maddalena Semeraro dal campo di via dei Lecci a Torre del Lago, il giovane David Paolini è stato assistito dagli avvocati Alberto e Francesco Consani, ma all’udienza a porte chiuse hanno partecipato anche i legali degli altri tre indagati Maria Casentini, Francesco Tureddi e Giunio Massa, e delle parti offese Raffaella Villa, Antonella Olinti e Sabrina Paolini. Due ore di interrogatorio per il giovane David, figlio e nipote delle due scomparse. “Dall’esame del ragazzo – hanno precisato Paolini e di Bugno– sono emersi elementi ulteriori di indagine, particolari nuovi rispetto a quanto aveva precedentemente dichiarato durante le numerose sue dichiarazioni”. Chiamato a riferire delle caratteristiche della vita familiare nel periodo in cui lo stesso abitava con la mamma e la nonna al campo, sulle caratteristiche del luogo e dei rapporti intrattenuti con lo “zio”, la badante Maria Casentini e Francesco Tureddi, secondo la difesa di Remorini “David si è contraddetto su molti punti”. “Sul possesso delle chiavi del cancello di accesso al campo il ragazzo ha sempre sostenuto che solo lui e Remorini avevano le chiavi, durante l’incidente probatorio – affermano i legali – ha invece detto, senza alcuna incertezza, che le chiavi le aveva anche Tureddi e che anche Donatella Raffaelli poteva acceder ad una parte del campo tramite un cancello separato”. “Come mai – si chiedono gli avvocati – una circostanza di questo tipo, la cui rilevanza si apprezza immediatamente considerando che quel luogo – il campo di Torre del Lago – sarebbe quello nel quale si ipotizza che siano stati commessi i reati di sequestro, maltrattamenti, omicidio e distruzione dei cadaveri, e’ stata così ostinatamente nascosta dal Paolini nel corso delle indagini?” Quella di ieri è la prima dichiarazione del giovane “dopo che sono venute fuori le notizie di stampa relative alle dichiarazioni del Tureddi, del 23 gennaio”, dalle quali risulti che anche quest’ultimo aveva le chiavi. “Circa il comportamento di David la mattina seguente al giorno in cui avrebbe visto la madre morta – aggiungono i due legali della difesa – in aula il ragazzo ha riferito che la mattina si sarebbe recato al chiosco, senza passare dal campo. Al chiosco non avrebbe ricevuto alcuna informazione circa la sorte della madre e che dopo il lavoro sarebbe andato al campo e verificato che la madre non c’era più. Solo da questo momento, circa alle 14-15 del 23 agosto, si sarebbe attivato chiedendo allo “zio” informazioni ma mentre non ricorda se Remorini era al campo ricorda che l’ informazione non gli fu data al telefono ma di persona”. “Se si guarda invece alle dichiarazioni rilasciate agli inquirenti – precisano i difensori – si osservano differenti versioni: secondo la prima la mattina si sarebbe recato al campo prima di andare al chiosco e dunque verso le 7.30-8, per verificare le condizioni delle madre e sul posto avrebbe trovato Remorini che gli avrebbe riferito che Velia era stata ricoverata ed era per questa ragione che non era più presente al campo, secondo la seconda, che altro non è che una variante della precedente, David si sarebbe recato al campo ma non avrebbe trovato sul posto Remorini che invece gli avrebbe dato informazioni per telefono, e una terza, che dopo essere uscito dalla casa della fidanzata si sarebbe recato subito al chiosco, senza passare dal campo, e qui avrebbe trovato lo “zio” che lo avrebbe avvisato che la madre era stata portata via quella mattina”. Di diverso avviso gli avvocati Consani che tutelano gli interessi del giovane David: “il ragazzo ha risposto a tutto, in maniera precisa e dettagliata, senza alcuna incertezza”. Ma di altre incertezze, anche per quanto riguarda la scomparsa della nonna, è certa la difesa:“David in aula ha riferito che l’informazione che la nonna era stata portata in clinica gli era stata data da Remorini ma siccome non sapeva dire quando e come gli sarebbe stata data questa notizia, nel corso dell’esame si è finiti sulla circostanza relativa all’ultimo momento in cui ha visto la nonna”. Sul punto la difesa del ragazzo si è opposta, c’è stato un pò di parapiglia e David si e’ messo a piangere.  Tanto che l’interrogatorio è stato sospeso per un quarto d’ora. “Quanto le dichiarazioni di Paolini siano importanti – affermano gli avvocati Paolini e Di Bugno – lo si capisce meglio se si pone mente a ciò che ha riferito Tureddi. Secondo quest’ultimo la mattina del 23 agosto, quando alle 7.30/8 si era recato al campo per ritirare gli attrezzi da lavoro, Remorini stava bruciando nel bidone la Carmazzi. Se si prende per buona la versione che vede Paolini andare prima al campo e poi al chiosco bisogna concludere che egli abbia visto la stessa scena del Tureddi, se invece si opta per la versione che Paolini sarebbe andato direttamente al chiosco, bisogna concludere che Remorini non era al campo visto che è proprio al chiosco che quest’ultimo lo avrebbe informato che la madre era stata portata via”. “Le dichiarazioni rese durante l’ incidente probatorio – conclude la difesa dello “zio” – si adattano perfettamente alla ricostruzione del Tureddi”. Ora la vicenda ripassa nelle mani del magistrato. Ma la difesa di Remorini non si ferma, e le indagini difensive proseguono.

(Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia)